Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus

Un film di Steven Shainberg
Genere: Drammatico - Stati Uniti (2006) Durata: 122min.
Produzione: Edward R. Pressman Film Corporation, River Road Films. 
Distribuzione: Nexo
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Pelliccia fulva. Fur.
Zoom in.
La macchina da presa attira l’occhio nell’ondeggiare corposo di lunghi boccoli rossastri.
E sembra di toccarli.
Viaggio di sguardo e di tatto tra le pieghe della diversità.

Sono le immagini che accompagnano i titoli di testa di “Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus”, la pellicola di Steven Shainberg (“Secretary”, 2002) che, tratta dall’opera “Diane Arbus: A Biography” di Patricia Bosworth, ha inaugurato la Festa del Cinema di Roma nella sezione Première. Una biografia tra il verosimile e l’invenzione, che racconta il profondo cambiamento avvenuto nella vita della fotografa americana Diane Nemerov in Arbus, nata il 14 marzo 1923 e morta suicida nel 1971.
La fotografa dei mostri, dei reietti, dell’esistenza ai margini: l’occhio che registra e indaga nell’Altro, nel Pauroso, nel Morboso. Diane Nemerov, interpretata da Nicole Kidman, è figlia di una ricca famiglia di pellicciai ebrei trapiantati a Manhattan. Dopo aver sposato il fotografo di moda Allan Arbus (che realizza le copertine di importanti testate come Vogue e Harper’s Bazaar), ne diventa l’assistente, svolgendo un ruolo di netta subordinazione creativa: moglie e madre distratta, la donna non è soddisfatta della propria condizione e si abbandona a ricordi d’infanzia che sottendono un profondo senso di attrazione per il diverso e il morboso.
Al piano di sopra, una notte, si trasferisce il misterioso ed eccentrico Lionel Sweeney, un uomo affetto da ipertricosi, costretto a nascondere con una maschera la folta pelliccia che ricopre il suo volto. L’incontro con questa “Bestia” diventa per la “Bella” Diane l’occasione per far riemergere il rimosso: e la macchina fotografica, che sempre il regista inquadrerà in primo piano, una Rolleiflex, diventa il trait d’union tra due realtà complementari. La Arbus comincia a interagire con Lionel per scattarne un ritratto, ma non userà mai la macchina fotografica se non per immortalare, come in un dipinto di Escher, la trama di prospettive, scale, botole e porte che la conducono ogni sera nell’appartamento dell’uomo, il suo vero io che irrompe dietro un sontuoso manto leonino.
Diane scatterà l’unico ritratto dell’uomo-scimmia solo dopo averlo completamente depilato e aver trascorso con lui una notte di passione. La diversità che l’aveva tanto attratta non è più riconoscibile dalla fotografia postuma di Lionel, che invece lascerà in eredità all’amata Arbus una pelliccia realizzata con la propria peluria abnorme. Ecco avvenuto lo scambio: il freak Lionel muore da uomo normale, sbarbato, mentre la normale Arbus rinasce freak, indossando il simbolo della diversità dell’amico e amante. E diventa artista: amata e odiata, oggetto di attrazione e repulsione, nonché la prima fotografa americana le cui opere sono state esposte alla Biennale di Venezia nel 1972.
Dopo la scomparsa catartica di Lionel nell’oceano, Diane sente il richiamo della vena creativa e, sulla scia dell’universo underground a cui l’amato l’ha iniziata, comincia una discesa negli inferi dell’umanità e del proprio Es, fotografando con sguardo asciutto e dis-empatico travestiti, cadaveri, omosessuali, disadattati, mostri.
Lo scarto tra normalità e deformità, suggeriscono il regista Shainberg e la sceneggiatrice Erin Cressida Wilson, è labile e inconsistente: quando Diane, nel suo letto di bambina, a casa dei suoi genitori, chiede a Lionel se non abbia mai amato una donna “come lui”, Lionel risponde di essere sempre stato alla ricerca di una vera freak. E forse la Arbus era freak più dei mostri che tanto amava. E forse per questo i suoi ritratti sono intensi e veri, come se la fotografia rifletta in qualche modo l’essenza del fotografo nel soggetto rappresentato.
Un rapporto di reciproca dipendenza, quello tra la Arbus e i mostri (che l’avevano affascinata nel film “Freaks” di Tod Browning, del 1932): una storia di rottura con i cliché della società borghese, i dettami della famiglia, l’etichetta sociale. La vicenda della fotografa americana diventa, allora, strumento per esprimere un pensiero, una riflessione: cosa accade se nella vita di una persona irrompe l’Altro? E con Altro non si intende solo l’osceno o il diverso, bensì qualunque cosa allontani l’individuo dalla strada maestra composta di regole ed imposit sociali. Così, il leit-motiv del "dimmi il tuo segreto" ricorre fino al termine del film.
Numerose le citazioni favolistiche: da La Bella e la Bestia (il regista sembra aver ben presente l’omonimo film di Jean Cocteau del 1946) ad Alice nel Paese delle Meraviglie, con la presenza del coniglio, il simbolo della chiave e della porta in miniatura, il richiamo al rito del the, il look della protagonista.
Colori intensi, saturi, alternati a bianchi al neon: atmosfere kitsch nelle parti dedicate ai freak si alternano a scene di ordinaria maniacalità anni Cinquanta, sullo stile di un’altra fortunata pellicola che tratta il tema dell’insoddisfazione della facciata borghese (“Far from Heaven” di Todd Haynes, Mostra del Cinema di Venezia 2001).
Situazioni talvolta inverosimili (al limite di un ricercato surrealismo magrittiano) sono mitigate dalla sempre contenuta recitazione dell’ottima Nicole Kidman, algida e inquietante nel suo viso angelico che nasconde istinti di assoluta e “normale” perversione. Menzione di merito all’intrigante Robert Downey Junior (“Good Night and Good Luck”, “Kiss kiss Bang bang”, “Natural Born Killers”), che, come in maschera neutra, recita per gran parte del film solo con gli occhi, con il volto completamente coperto di pelo fluente.
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