La vera storia di Linda Lovelace, l'attrice hard che ha raggiunto il successo con "Gola Profonda", che rivela un altro inquietante aspetto della sua vita.
Su un film come Gola Profonda (1972) di Gerard Damiano si è in pratica detto di tutto. Su come abbia drasticamente modificato la concezione di intendere e approcciarsi alla pornografia, su quanto sia stato ingiusto che a fronte di un incasso di oltre 600 milioni di dollari la protagonista abbia incassato solo 1250 bigliettoni, su quanto sia stato un ulteriore riprova dell’affezione collettiva nei riguardi dell’immagine visiva in movimento su uno schermo.
I documentaristi Jon Epstein e Rob Friedman, noti per il laborioso lavoro di ricerca su temi come AIDS e omosessualità sviluppati in opere come Lo schermo velato e Paragraph 157, ritornano al cinema di finzione (dopo il discreto L’Urlo) per raccontare le vicende di Linda Lovelace – nata Linda Susan Boreman – prima e dopo il successo trionfale del film erotico che la vedeva protagonista.
Il biopic, si sa, è un genere difficile: e per quel che riguarda Lovelace, non ci sarebbe nemmeno da perderci tempo più di quanto il sottoscritto stia già facendo. Operina misera e convenzionale, interpretata da Amanda Seyfried nei (pochi) panni della Lovelace, preferisce focalizzare l’attenzione sugli aspetti meno interessanti della vita della diva (che dopo i trionfi di Gola Profonda avrebbe azzerato le sue apparizioni future nel cinema, erotico e non): su tutti, il rapporto con il marito Chuck Trainor, violento e possessivo, che a quanto pare l’avrebbe costretta a girare il film contro la sua volontà, a suon di percosse e minacce. E che, nel film, ha il corpo bolso e la desolante fissità espressiva di Peter Sarsgaard.
Sono proprio la minuziosa inclinazione al pettegolezzo e la morbosità nell’indagare su questo rapporto a due – oltre che una fastidiosissima morale di fondo – che tarpano le potenziali ali di un film che, in teoria, avrebbe potuto ragionare su una figura che ha radicalmente mutato l’idea di corpo nudo sullo schermo non soltanto come mero oggetto di piacere. In Lovelace non c’è carne, non c’è tensione, non c’è impegno; solo tanta pruririgine, molta convenzionalità, un parco di attori sprecatissimi (Sharon Stone, Hank Azaria, Juno Temple, Bobby Cannavale) e tanta noia. A ogni modo, è inutile arrabbiarsi: si fa prima a non spendere i soldi del biglietto. Visto e silurato, senza dubbio.