Silicon Valley è la nuova comedy HBO che ha debuttato con grande successo poche settimane fa, per essere precisi il 6 aprile scorso.
Da subito ha ottenuto buoni dati di ascolto grazie soprattutto alla cura del particolare e l’ironia con cui sono trattati gli argomenti e la vita di sei programmatori che vivono insieme e cercano di ottenere il successo che meritano nella California delle grandi imprese e delle opportunità tecnologiche.
Il successo di Silicon Valley è tale che la HBO ha già deciso di rinnovarla per una seconda stagione, mentre la prima serie si concluderà solo il prossimo 1 giugno Silicon Valley è qui per introdurci al mondo stranamente patinato e quasi mitico degli imperi informatici.
L’autore, Mike Judge, è un vero esperto del settore, che ne conosce falsi e veri miti: ha fatto una sana gavetta in una start-up digitale per qualche anno e ha imparato bene che la caratteristica che più d’ogni altra rende questo ambiente lavorativo interessante e divertente è stata quell’atmosfera a tratti para-religiosa di geni ispirati a migliorare il mondo. Facendo palate di soldi lungo la via, ovviamente.
“Making technology smaller we’re making problems smaller! We’re making cancer smaller”
Tuttavia l’aspetto più importante di Silicon Valley non è la documentazione curatissima e realistica, o il ritratto mitico, della San Francisco informatica. L’aspetto più importante è la satira: Silicon Valley fa ridere. Il fatto che faccia ridere perché cò che racconta è vero non può che migliorare il nostro giudizio di base.
L’inclinazione alla setta, i guru fuori dal mondo e, a tratti, autistici, gli slogan dei copy ripetuti come mantra, i bros del digitale e le dinamiche sociali di competizione da azienda, ci vengono descritti molto sopra le righe, lasciando che il divertimento (e non solo) sfoci verso l’assurdo.
Silicon Valley è un luogo dove le donne appaiono molto raramente, un posto dove anche il tizio che ti vende la macchina dei margaritas ha una start-up da finanziare. Gruppi di nerd camminano in branchi perfettamente assortiti: l’indiano, il magrissimo caucasico con gli occhiali e le penne nel taschino, il gamer sovrappeso … si aggirano per la via in cerca di successo, scrivendo codici binari e partorendo idee davvero in grado cambiare il mondo. Spesso tuttavia le potenzialità di queste idee non sono chiaramente visibili e manifeste ai più, nemmeno ai loro stessi creatori.
Questo accade al nostro caro amico Richard: il protagonista di Silicon Valley è un ragazzo magro e tanto insicuro, che ha elaborato un algoritmo in grado di rivoluzionare i processi di archiviazione e ricerca dei file nel web. Richard è un genio ma è pieno di utopie e ingenuità un po’ infantili che sembrano destinate a tarpargli le ali e fare di lui l’ennesimo sfruttato da un mondo di squali.
Ma per fortuna Richard vive in una casa-coworking - in realtà una vera e propria impresa chiamata Aviato con altri quattro aspiranti innovatori del mondo digitale, che, naturalmente bene assortiti, creano un senso di gruppo equilibrato e vitale per l’equilibrio comico della comedy.
Conosciamo Richard mentre ancora lavora come tecnico in un’importantissima azienda, la famosissima e intoccabile Hooli (molto dichiaratamente ispirata a Google: in Silicon Valley non si nascondono con nemmeno troppi sforzi citazioni e somiglianze “puramente casuali”) e si trova a dover decidere se vendere il suo algoritmo al boss-guru Dan Melcher (“Incontrarlo è un’esperienza bellissima”) per dieci milioni di dollari, offerta da prendere o lasciare, così su due piedi.
L’alternativa però esiste e solletica le utopie del nostro Richard: perché non dedicarsi anima e corpo nella sua creatura, per vedere crescere il progetto con la collaborazione degli amici? Immancabile la spinta di un’altra parodia di guru digitale: Peter Gregory, strambo milionario che considera il College “una crudele truffa ai danni dei poveri”. Quella di Richard è una scelta difficile in un mondo in eterno vorticoso movimento ma sappiamo che, grazie a quel sentimento di bonario e viscerale attaccamento alla propria creatura, porta lo show a raccontare un percorso di auto-affermazione, l’evoluzione dell’archetipo dell’eroe che, nell’era digitale, non ha un muscolo e molto probabilmente ha dei deficit visivi, sicuramente sociali.
La serie, quindi, segue il percorso di questo giovane genio e strambo che insieme agli altri improbabili compagni di business si imbarca in una corsa verso il successo, alternando satira sociale a eccessi assurdi e piccole eccentricità; tecnicismi, amicizie e mitomanie: piccoli nerds crescono.
Silicon Valley è uno di quei pochi prodotti, nati ultimamente, che non ha timore a definirsi comedy senza mescolarsi con un pizzico di drama. A giudicare da questo buon inizio ci sono buoni motivi perché possa oscurare The Big Bang Theory, Workaholics e Betas e diventare una piccola perla.