The Departed - Il bene e il male

Titolo Originale: The Departed
Un film di Martin Scorsese
Genere: Thriller - Stati Uniti (2006) Durata: 149min.
Produzione: Warner Bros., Vertigo Entertainment, Initial Entertainment Group (IEG). 
Distribuzione: Medusa
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Ritorna in grande stile il gangster film-maker di “Quei bravi ragazzi” e “Gangs of New York”: Martin Scorsese. Il regista dal pessimismo disincantato nelle città cariche di ombre e malavita. Il regista che da giovane era affascinato dal codice d’onore dei boss della comunità italo-americana di New York, dove i suoi punti di riferimento, confessa, erano gangster e preti.
Un esercito di poliziotti e una banda di criminali sono gli ingredienti irrinunciabili del suo ultimo film, “The Departed”, in italiano sottotitolato “Il Bene e il Male” e presentato in anteprima (con venti minuti di applausi a seguire) alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma.
Un capolavoro del genere poliziesco-mafioso, con tutti i cliché della crime-story (a sfondo psicologico), liberamente ispirato alla trilogia hongkonghese “Internal Affairs” (titolo originale “Wun jian dao”, di Andrew Lau e Alan Mak, 2002). La sceneggiatura, scritta da Wiliam Monahan (alla sua seconda prova dopo “Le Crociate”), è in grado, tuttavia, di rendersi autonoma e inedita rispetto alla pellicola di Hong Kong, al punto che Scorsese ha chiesto esplicitamente agli interpreti del suo film di ignorare i tre episodi di Internal Affairs (usciti in Italia solo in DVD) per evitare di subirne l’influenza.
Il film richiama le atmosfere oscure e i temi cari alla tradizione asiatica di genere (il tema della vendetta, del doppio, dell’ambiguità del vero-falso), ma li rielabora in un contesto nuovo anche per il regista, che abbandona i quartieri italiani di New York e si rivolge alla zona sud, Southie in gergo, della ricca Boston, minacciata e irretita dai traffici sotterranei della malavita irlandese.
Il titolo “The Departed” allude alla definizione di fedeli defunti nel cristianesimo di lingua inglese e al timbro “dipartito” sui rapporti di polizia, ma si rifà anche al concetto di “spaccato”, “diviso”, con riferimento, in lessico psicanalitico, alla schizofrenica coesistenza di più identità nella stessa persona.
La trama del film re-inventa i destini di due individui che si fingono ciò che non sono e desiderano conquistare un futuro diverso da quello che la nascita in un certo contesto sembra aver loro imposto: da un lato troviamo l’aitante poliziotto della sezione investigativa Colin Sullivan (Matt Damon), che in realtà è la talpa della gang mafiosa che dovrebbe incastrare, quella del grande boss Frank Costello (Jack Nicholson). Dall’altro lato il regista schiera il delinquente, figlio e nipote di delinquenti, Billy Costigan (Leonardo Di Caprio), che in realtà è un poliziotto fresco di Accademia, inviato come spia nella banda di Costello, per guidare dall’interno le mosse della polizia, intenzionata a stringere il cerchio attorno ai traffici del boss che vende illegalmente microprocessori al mercato asiatico.
Comincia, così, il doppio gioco: quando appare evidente che in entrambi gli schieramenti esiste una spia, i due protagonisti iniziano a darsi la caccia, ignorando fino all’ultimo le rispettive identità. Le certezze svaniscono, le maschere rischiano di essere distrutte, il bene e il male si mescolano in un tripudio di sparatorie, turpiloqui da strada, humour nero e adrenalina.
Sullivan e Costigan sono l’uno il doppio speculare dell’altro: entrambi legati a doppio filo a Costello e alla polizia, entrambi alla ricerca di un futuro diverso, di un riscatto, entrambi innamorati inconsapevoli della stessa donna (Vera Farmiga, già interprete di “The Manchurian Candidate”), la psicologa del Tribunale. La differenza è solo nelle apparenze: quanto Sullivan è pulito e sicuro di sé, in procinto di sposarsi per avere la fede al dito in segno di stabilità, tanto Costigan è tormentato e sopraffatto dalle crisi di nervi, criminale solo dai vestiti e dai tatuaggi, ma in realtà mai assassino. Grazie a un ritmo serrato e all’abilità di Thelma Schoonmaker, che lavora in montaggio alternato sull’accostamento repentino di scene opposte seppur complementari, il film riflette sull’idea dei buoni che spesso sono cattivi e dei cattivi che hanno un loro modo di essere buoni.
E’ una pellicola in cui si può giocare a fare il poliziotto e poi il criminale e viceversa, in cui si finge per incarnare un ruolo, per plasmare un ideale: un film che è come un “guardia e ladri” senza confini delimitati, netti. Un gioco di bambini-adulti che dicono sempre mezze verità. Del resto, ci ricorda il satanico Frank Costello (interpretato da un Jack Nicholson tornato all’espressività mefistofelica di “Batman” e “Shining”): “Poliziotti o criminali...quando ti trovi davanti a una pistola carica, che differenza c’è?”
La pellicola è un’amara e disincantata riflessione sul tema del rapporto tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda; la voce off in apertura ammonisce: “Io non voglio essere il prodotto del mio ambiente, voglio che l'ambiente sia un mio prodotto”. Ma il film sembra smentire questa titanica manifestazione di orgoglio superomistico, che tutti i personaggi, a modo loro, potrebbero aver espresso: l’alternarsi di maschere e specchi, il venir meno di sicurezze e principi saldi fino all’esplodere del sangue (e sono sempre colpi alla testa, in perfetto stile gangster), dimostra come qualunque sforzo dell’individuo per riscattarsi da un destino segnato appaia inutile e finalizzato a un inevitabile fallimento. Sia Sullivan che Costingan vogliono essere diversi da come il loro ambiente (la stessa mafia irlandese) li ha educati: le vicende sono tutte animate dal costante allontanarsi e riavvicinarsi rispetto a un ruolo predestinato che riveste l’identità dei personaggi di un pesante alter-ego, eredità di ciò che sono stati, ma anche presagio funesto deloro futuro.
Sullivan viene plasmato dal “padre” Costello fin dall’infanzia: apprende le regole e gli ideali del mondo della malavita irlandese e sogna uno status sociale di ricchezza e benessere, rappresentati dalla cupola dorata della State House, emblema di una Boston perbenista e borghese. Un personaggio tragico e complesso, che avrà il compito di giustiziare, sentendosi tradito e ormai alle strette, il proprio punto di riferimento e modello esistenziale, amato e odiato. E forse per un attimo noi con lui abbiamo l’illusione, che, passato dall’altra parte della barricata, per sempre vi possa restare: celebrato eroe di una polizia volenterosa ma miope e spesso ottusa.
Billy Costigan cerca il riscatto morale e sociale da una famiglia di criminali che lo hanno cresciuto dissociato e abituato a fingere: non vuole più sentirsi quello che non è, vuole fare davvero il poliziotto. Per ironia della sorte, però, dovrà dimostrare di essere un vero poliziotto mentendo ancora una volta, interpretando il ruolo di gangster, stretto tra due “padri” che sono i poli opposti del Bene e del Male: il capitano della polizia Queenan (un ottimo Martin Sheen) e il senza scrupoli Frank Costello. Come non chiedersi: sono i personaggi a influenzare l’ambiente in cui sono inseriti o è l’ambiente a disegnare i personaggi a propria immagine e somiglianza? In altre parole: prevale l’individuo con la sua identità e volontà o prevalgono i costrutti e le sovrastrutture che rendono l’uomo un essere sociale?
Il fatalismo del regista mette in campo implicazioni teleologiche: buoni e cattivi sono marionette al servizio di una forza superiore, che non è Giustizia, che non è il Bene assoluto, ma è solo il Destino, nel più profondo senso di Tragedia attualizzata alla contemporaneità: non sono catartici, però, gli ultimi venti minuti del film. Tra spari e colpi di scena, si risolve il plot. Il finale, con personaggi che uccidono altri personaggi, a catena, può sembrare da classico cinema hollywoodiano: ma è il cerchio dei personaggi a chiudersi, non quello dello spettatore.
Lo sparo del sergente Dignam (Mark Walbherg), mascherato da happy end, è un vero squarcio nella testa dei presenti in sala: non c’è un angelo vendicatore, ma forse ancora un uomo, che nasconde un universo di misteri dietro la facciata rassicurante di una pistola e un distintivo. E il richiamo al marcio di ogni città, società e individuo è proprio lì, al limite del fuori scena: un topo che zampetta sul cornicione bianco della finestra da cui riluce l’imponente cupola della State House.
DVD
EDIZIONE SPECIALE DOPPIO DISCO

Caratteristiche tecniche
Formato video: 2.40:1
Formato audio: Italiano, Inglese (Dolby Digital 5.1)
Sottotitoli: Italiano, inglese

Distribuito da Medusa, il film premio Oscar 2006 approda in DVD in tre versioni distinte: disco singolo, doppio disco e lussuosa special edition da 3 Dvd. La versione presa in esame è per coloro che si accontentano della via di mezzo, poiché sfrutta un eccellente resa audio/video senza venir meno ad una buona dose di contenuti speciali.

Contenuti speciali
- Scene addizionali con commento video del regista
- 'La vera storia di Whitey Bulger'
- 'Scorsese e l'universo criminale'
- Trailer originale
- Spot Tv

Da questo punto di vista l'edizione a doppio disco delude, ma con stile. La qualità dei due documentari è ottima, il primo mostra la retrospettiva sul ricercato numero 2 dall'FBI: Whitey Bulger -in pratica si posizione un gradino sotto Osama Bin Laden-, mostrando correlazioni al film e retroscena su fatti realmente accaduti; mentre il secondo affonda le radici sulla cornice malavitosa dell'era pre-moderna, in cui il regista italoamericano cominciava a farsi un nome grazie a titoli come Mean Streets, Quei Bravi ragazzi e Casinò. Entrambi si consolidano le punte di diamante di un piatto tutt'altro che ricco, chiudono infatti il trailer originale, alcuni spot in italiano e le scene eliminate commentate in video dallo stesso regista. Nessun making of o interviste approfondite al cast. Se questo per voi non è problema, allora "The Departed" resterà, con tutta probabilità, un acquisto obbligato.
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