Un brutto stereotipo razzista
Il titolo del romanzo di Dirk Wittenborn, Gente Feroce, deriva dagli studi antropologici su una tribù dell’Amazzonia resa famosa dall’antropologo Napoleon Chagnon che le ha descrittte come estremamente violente. Gli studi di Chagnon, però, sono stati ripetutamente screditati e criticati duramente da altri antropologi che hanno lavorato a contatto diretto con gli Yanomami, e sono stati giudicati pregiudizievoli e frutto d’invenzione. Negli ultimi decenni, questo mito del "popolo feroce" ha avuto gravi conseguenze sulle vite degli Yanomami. Negli anni ‘70, per esempio, Sir Edmund Leach rifiutò di appoggiare i diritti territoriali degli Yanomami sostenendo che essi si sarebbero "sterminati a vicenda", mentre nel 1990, il governo britannico ha respinto la richiesta di finanziamento del progetto didattico bilingue degli Yanomami sostenendo che tutte le iniziative riguardanti questo popolo dovessero invece mirare a "ridurre il suo tasso di violenza". Negli anni ‘90, più del 20% degli Yanomami sono stati uccisi dalle malattie e dal mercurio importati dagli invasori; i cercatori d'oro hanno massacrato intere comunità rifiutandosi di riconoscere i diritti di proprietà che gli Yanomami hanno sulle terre che abitano da millenni. Parlando in termini assoluti, dipingere i popoli tribali come "selvaggi" o "primitivi", come "uomini dell'Età della Pietra" "immutati nei secoli" li danneggia tanto quanto queste violenze dirette: infatti, il mito è spesso utilizzato per "giustificare" e "legittimare" politiche razziste nei loro confronti. Stephen Corry, direttore generale di Survival, ha dichiarato: "Lo staff di Survival International conosce il popolo Yanomami da più di 30 anni e sa per certo che loro non sono "esseri spregevoli". Quando si parla dei popoli tribali, spesso non ci si preoccupa di verificare l'attendibilità delle informazioni perpetuando così pregiudizi e stereotipi estremamente gravi e dannosi".
(tratto da survival-international.org)
Cambio vita
Una massaggiatrice sogna di lasciare la sua casa nella caotica New York per partire alla ricerca del padre di suo figlio, un famoso antropologo che lavora in sud America per studiare una tribú dai costumi primitivi chiamata Yanomamo, detta anche “Fierce People”. La sua vità è però a Manhattan e sembra scorrere abbastanza tranquillamente. Un giorno, però, quando il figlio ha dei problemi con la legge, la donna capisce che è ora di dare una svolta alla propria vita e, per non farsi schiacciare dal crollo del proprio mondo, decide di partire.
Tecnica
Ottima pulizia visiva della pellicola grazie alla recente produzione: zero disturbi a video con colori naturali, a volte solo un po’ più saturi del normale. Il contrasto e la luminosità, grazie all’ottima fotografia sono sempre corretti; inoltre, la compressione dell’immagine è stata eseguita davvero come si deve e si fa notare pochissimo, più che altro sulle superfici uniformi e/o scure. Tutto bene anche per ciò che riguarda l’audio, grazie ad un’incisione timbricamente corretta delle due tracce disponibili e alla possibilità di selezionare la codifica multicanale nella nostra lingua. Unica pecca, non grave visto il genere di lungometraggio, lo scarso intervento dei canali surround, udibili solo in pochi frangenti.
Extra
Nell’abituale e scialbo stile Cecchi Gori Home Video:
- Biografia del regista e degli attori principali
Commento
Tolti i continui (ed a quanto pare falsi) riferimenti alla tribù degli Yanomamo, che servono però allo sviluppo della storia, il film non è affatto male. Parte come un racconto esistenziale sui dubbi e le difficoltà del crescere in questo pazzo mondo per poi sfociare, sorprendentemente, in un vero e proprio thriller. Quest’ultima parte del film è, in effetti, la migliore e serve per far capire che pur crescendo in un mondo feroce e violento, se la personalità dell’individuo è forte e retta, non ci saranno difficoltà che la piegheranno. Da segnalare l’interpretazione di Donald Sutherland, sempre eccezionale, accompagnata a quella altrettanto valida di Diane Lane, la moglie fedigrafa di Richard Gere in Unfaithful - L'Amore Infedele.