Central Intelligence Agency
Attraverso la vicenda personale dell’agente del controspionaggio Edward Wilson, seguiamo i primissimi anni di vita della CIA, dal suo concepimento fino ai primi anni Sessanta: una storia fatta di spie, intrighi, sacrifici, guerre mancate e problemi familiari.
Un progetto a lungo sospirato
Robert De Niro, regista e interprete di The Good Shepherd, ha lavorato dieci anni su questo progetto, cercando informazioni, indagando, tentando di ricostruire in modo credibile l’atmosfera degli anni in cui si decise che - oltre a un servizio di intelligence interno (l’FBI) - serviva anche un'organizzazione che operasse all’esterno, prevedendo e prevenendo ogni genere di pericoli per gli Stati Uniti. Non solo, l’idea dell’ex taxi driver è quella di creare una trilogia che approfondisca l’argomento, arrivando fino ai giorni nostri (il film in questione si ferma con l’insediamento di Castro a Cuba e con l’inizio della Guerra Fredda).
Questa volontà di creare un grande e realistico affresco sulla CIA è evidente se consideriamo una serie di aspetti del film: i salti temporali abbracciano più di vent’anni, passando da un momento all’altro della storia (e della Storia); il riferimento a fatti storici di grande rilevanza, dal nazismo alla Seconda Guerra Mondiale, dall’ascesa di Kennedy al tentativo di invasione di Cuba, con lo sbarco nella Baia dei Porci; l’uso di filmati di repertorio (giustamente lasciati in lingua originale, con sottotitoli); non ultimo, l'impiego di molti grandi attori, a testimonianza di quanto De Niro desiderasse ottenere il meglio dalle oltre due ore e quaranta minuti di durata. Ovviamente le intenzioni di ricerca storica vengono filtrate da una vicenda particolare e circostanziata; è un meccanismo classico del cinema, tuttavia sempre corretto perché consente di entrare in contatto con un mondo vasto e complesso attraverso persone concrete, uomini tangibili che diventano i nostri occhi e le nostre orecchie, immergendoci in un’atmosfera altrimenti troppo distante e lontana dal nostro vissuto.
In questo film seguiamo le vicende di Edward Wilson (Matt Damon), che dalla brillante carriera universitaria, fatta di circoli di poesia e società segrete, viene reclutato nell’intelligence. Servendo gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, dove diventa esperto di controspionaggio in quel di Berlino, Edward viene poi reclutato dal personaggio interpretato da De Niro per entrare nella nascente CIA; la carriera del ragazzo è brillante e rapida, le sue doti emergono fin da subito e in pochi anni diventa uno degli uomini cardine dello spionaggio americano. Ma questa vita non è tutta rose e fiori: oltre al pericolo per la propria incolumità e allo stress di gestire informazioni capaci di far scoppiare la terza guerra mondiale, Edward deve fare i conti con i sacrifici che un lavoro del genere comporta, e si trova prima a trascurare e poi a mettere in pericolo la sua stessa famiglia (una moglie sposata quasi obbligatoriamente dopo una gravidanza indesiderata e un figlio troppo bramoso del rispetto del padre per non mettersi nei guai).
La sceneggiatura decide di non mostrarci gli eventi in rigoroso ordine cronologico. Si salta spesso e volentieri fra “presente” (cioè gli anni Sessanta) e passato, rappresentato dagli anni prima, durante e immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale. Al passato (soprattutto) è affidata la costruzione del personaggio, mentre il presente si occupa maggiormente della parte mistery, cui è legata la sorpresa finale.
Nel complesso la struttura regge bene, la mole di informazioni, fatti, nomi e date è abbastanza pesante, e forse qualche passaggio si perde, ma non al punto da non riuscire a emozionarsi o stupirsi nei momenti giusti.
Grande cura è stata riservata ai dialoghi, che sono punteggiati di frasi più o meno esplicitamente simboliche, che rimandano non solo alla vicenda specifica che si sta narrando, ma anche al tema più generale del ruolo di un’agenzia come la CIA, negli Stati Uniti e nel mondo. Quest’uso metaforico del dialogo ha una giustificazione precisa in un film popolato di spie e informazioni segrete: il doppio senso e il depistaggio sono la chiave per sopravvivere. Quindi molte frasi hanno più di un livello di significato, con risultati divertenti, profondi, politicamente impegnati, a seconda del caso specifico.
Va fatta un’ulteriore considerazione a questo proposito. La serie di eventi cui assistiamo così come le parole che i protagonisti usano mentre li vivono, confluiscono in una visione quanto più possibile imparziale del mondo narrato. Si percepisce distintamente la volontà di raccontare una storia verosimile, capace di spiegare qualcosa della verità storica, senza per forza dare dei giudizi di ordine etico-morale. Possiamo certamente deprecare, come spettatori e persone "normali", il modo con cui Edward è costretto a trattare la sua famiglia, così come il carico di stress cui è sottoposto. E soprattutto non vediamo di buon occhio le decisioni drastiche dei membri dell'agenzia, che di solito comportano la morte di qualcuno più o meno innocente. Nonostante questo, comprendiamo anche perfettamente quanto il lavoro della CIA (o almeno parte di esso) sia determinante per la sicurezza del paese. Uno scenario complesso dunque, dove vige la logica del compromesso, dove guadagnare qualcosa vuol dire sempre perdere qualcos’altro, e in cui non si può in alcun modo avere tutto, sia a livello privato che a livello nazionale. Molti esempi si potrebbero fare a questo proposito: Edward/Matt Damon ad esempio spiega come la CIA serva a “rendere piccole le guerre”, come a dire che i conflitti sono inevitabili, quello che si può fare è evitare che si espandano in maniera incontrollabile. Come si diceva, compromesso. Il lavoro dello spionaggio, all’apparenza così “attivo”, generatore di eventi e fatti, è in realtà in gran parte votato al mantenimento dello status quo, a evitare che una potenza prevalga sull’altra. Il cuore della Guerra Fredda è questo, a conti fatti: mantenere il fragile equilibrio tra USA e URSS.
Il personaggio di Edward, a questo punto, è esemplare: il suo tratto primario è la silenziosità. Parla pochissimo nel corso del film, e sempre meno col passare dei minuti; lascia che lo facciano soprattutto gli altri. Il suo silenzio è non-azione, un lavorare nascosto, discreto e costante, privo di eventi eclatanti, ma per questo efficacissimo, capace di creare profonda soggezione e rispetto negli amici come nei nemici. Edward è realmente scosso solo quando è in gioco l’incolumità del figlio, ma anche qui la soluzione sta in poche parole e compromesso, negoziazione.
La regia e gli attori
Qualche riflessione più tecnica: la regia di De Niro è per lo più classica, sia nella gestione delle inquadrature e dei movimenti di macchina sia nel rapporto tra il visivo e la musica, che tende a non essere invasiva, privilegiando un ruolo di mero strumento atto a supportare l’atmosfera che di volta in volta viene costruita dalle immagini e dalla vicenda (tensione, paura, sconforto ecc). Una scelta sostanzialmente corretta, in quando un film così denso dal punto di vista contenutistico sarebbe forse risultato troppo spiazzante se girato in maniera marcatamente ardita o sperimentale. In questo si vede la volontà di De Niro di creare uno spettacolo avvincente e in qualche modo didattico-educativo, più che destabilizzante.
Dal punto di vista recitativo c’è di che esser soddisfatti. Matt Damon è protagonista assoluto, e malgrado il suo faccino da eterno adolescente sia forse un po’ fuori luogo nei momenti in cui deve fare l’adulto di mezza età, riesce a rendere con efficacia un personaggio chiuso, razionalmente ed emotivamente, destinato a tenere tutto dentro di sé, idealmente fino alla morte. Il resto del cast rimane su alti livelli: Angelina Jolie parte male, facendo la sexy vamp che rischia di diventare cliché, ma risollevandosi nel corso del film con un invecchiamento fisico e recitativo di tutto rispetto: da ragazza sfrenata e sessualmente disinibita a moglie disincantata e delusa. Robert De Niro si ritaglia una parte quantitativamente piuttosto piccola, ma di sicuro impatto. Tanto più che essendo l’uomo incaricato di formare la CIA è di fatto uno dei motori principali della storia (così come, al di qua della macchina da presa, è il motore del film). Non ci soffermiamo su William Hurt, John Turturro, Joe Pesci e tutti gli altri; sappiate comunque che svolgono egregiamente il loro lavoro.
Un buon primo passo
In conclusione, la seconda regia di De Niro è senza dubbio un ottimo film. Forse manca ancora qualcosa, quell’indistinto quid aggiuntivo che a volte fa gridare al miracolo: ma The Good Shepherd resta comunque una pellicola solida e intensa che, pur senza grandi acuti, permette di cogliere e apprezzare l’attento lavoro e la profonda convinzione etica alle spalle del progetto. Di sicuro, nel caso fossero girati altri due film sull’argomento, potremmo alla fine trovarci di fronte a un’opera globale di grande livello, che nella totalità di una trilogia riuscirebbe a trovare quella completezza che qui (forse proprio per l’enorme mole di materiale da trattare e per l’orizzonte vastissimo che si tenta di abbracciare) non si è raggiunta completamente.
DVD
Caratteristiche tecniche
Formato video: 2.35:1 anamorfico
Formato audio: inglese e italiano dolby digital 5.1
Sottotitoli: italiano per non udenti
Dal punto di vista tecnico, l'edizione in dvd si presenta bene, per quanto sia un po' povera la scelta della lingue (e dei sottotitoli; mancano quelli in inglese). Sobrio ma accattivante lo stile grafico dei menù, così come la colonna sonora di sottofondo.
Contenuti speciali
Nel dvd del film troviamo solo alcune indicazioni testuali sul cast tecnico e artistico, oltre a un paio di trailer; la maggior parte dei contenuti speciali si trovano all'interno del secondo disco. Complessivamente, però, tali extra deludono: non c'è nulla di particolarmente innovativo, ma soprattutto il materiale presente è piuttosto scarno e si esaurisce in poche decine di minuti. Trattandosi di un'edizione a doppio disco, era lecito aspettarsi qualcosa di più.
Scene tagliate
Sette sequenze che non hanno trovato spazio nella versione finale del film: John torna a casa; Edward e Sam alla stazione; Edward e John faccia a faccia; Edward chiede a Valentin di suonare il violino; John entra all'ambasciata, Edward e Clover litigano; Ulisse manda messaggi; Edward e Ray traslocano dall'ufficio. Tutte le scene sono in lingua originale con sottotitoli in italiano e, pur trattandosi di spezzoni piuttosto brevi (circa due minuti), rappresentano un bel modo di aggiungere qualche utleriore frammento alla trama.
Interviste
Interviste a Matt Damon, Angelina Jolie, William Hurt, John Turturro, Bill Crudup, Michael Gambon, Robert De Niro, Eric Roth (sceneggiatore), James G. Robinson (produttore) e Jane Rosenthal (produttrice). Non convincono appieno, però: gli intervistati appaiono un po' svogliati, e alcune scelte di montaggio sono discutibili (cesure nette e dissolvenze in nero tra un concetto e l'altro, che stimolano la curiosità di sapere cosa sia stato tagliato).
Testimonianze
La viva voce di due persone che hanno lavorato a contatto con la CIA: si tratta di Milton Bearden, consulente per l'agenzia, e Richard Holbrooke, che è stato ambasciatore USA all'ONU.
Trailer originale