Le molte vite di un’unica persona
Spalmate nell’arco di vari decenni, si intrecciano le esistenze di personaggi distinti ma accomunati dal medesimo soffio vitale, la musica: Woody è un ragazzino che viaggia attraverso l’America accompagnato dalla sua chitarra, Jack è un cantante folk al tramonto, Jude – anch’egli una star della musica – deve affrontare le critiche per il suo atteggiamento provocatorio e per l’influenza delle sue canzoni, mentre Billy the Kid è ancora vivo e si nasconde nella cittadina di Enigma.
Ma si tratta davvero di figure differenti, oppure sono la stessa, poliedrica persona?
Intessere storie, con parole e musica
“Ispirato alla musica e alle molte vite di Bob Dylan”, questo recita una didascalia nei titoli di testa. Perché Io non sono qui (in originale I’m not there) non è un biopic, non è un film sulla vita di Bob Dylan: al contrario, attraversa la vita di Bob Dylan, vi penetra all’interno e ne fuoriesce con molte storie da raccontare, incarnandosi in esistenze parallele e ramificate che hanno origine, però, dal medesimo ceppo. In tal modo la varietà del cast – di gran livello, ma dal quale emerge soprattutto una memorabile Cate Blanchett – trova giustificazione nelle diverse sfaccettature di un personaggio che si rivela al contempo artista, padre di famiglia, provocatore, menestrello giramondo e altro ancora, dimostrando così l’impossibilità di ricondurre la psicologia di un uomo a un’unica chiave di lettura (presunzione propria di molti film dichiaratamente biografici). Su tutto regna comunque la musica, filo conduttore universale che abbraccia vite diverse eppur pronte, in ogni caso, a sacrificare sé stesse all’arte in quanto espressione ultima della creatività umana, e non a un’idea di arte per com’è accetta e veicolata dalla morale corrente. Impegnato nella gestione di un materiale così variegato e complesso, Todd Haynes – anche autore della storia e co-sceneggiatore – gioca, litiga con la sostanza narrativa e filmica, intreccia storie, tinge lo schermo di un raffinato bianco e nero, lo affolla di scritte, didascalie, false interviste e apparizioni visionarie: se esiste una logica, è quella del flusso di coscienza.
Il pubblico non si spaventi di fronte a I’m not there, non c’è nulla di incomprensibile né alcun messaggio da cogliere. Il film non dev’essere capito, dev’essere vissuto.