A nozze
Nonostante un burrascoso e tormentato passato familiare, lesivo d’ogni legame affettivo, Margot, scrittrice di romanzi di discreta fama, si convince a dare il proprio sostegno alla sorella Pauline, in procinto di convogliare a nozze con uno strampalato quanto squattrinato artista. Al fianco del figlio Claude, Margot intraprende un viaggio alla volta della vecchia casa d’infanzia, pregna di logoranti rimembranze, ingrigite dallo scorrere del tempo e spezzate dall’attuale presenza di Pauline, rimasta ad abitare tra quelle mura e decisa a celebrare il matrimonio sotto l’amato albero in giardino. Sarà la convivenza domestica a richiamare ricordi dismessi, a far riaffiorare colpe passate e presenti, in un duro vis à vis che lascia un amaro gusto di rimpianto...
Cose di famiglia
Noah Baumbach, candidato all’Oscar per il dramma domestico dal piglio autobiografico Il calamaro e la balena (2005), ci riconduce nuovamente negli angusti interstizi dei sentimenti familiari, già analizzati nei suoi esiti stranianti col precedente lavoro. Gli elementi narrativi cari al regista ritornano in questo Margot at the Wedding, analisi intimistica dei rapporti affettivi che ruotano attorno alla figura di Margot, romanziera arrisa dalla notorietà, e minata da una fragilità interiore che conserva come retaggio di un’infanzia infelice. Una personalità alla costante ricerca di un equilibrio perduto per le strade della vita, e perennemente in balia del bisogno di spingere le proprie esperienze e stati d’animo al di là del silenzioso muro dell’inespresso. Questa verve filologica, la necessità di metter parola al proprio pensiero e pronunciare verità talvolta scomode, è un filo sul quale la protagonista cammina, e dal quale è facile cadere; e che spesso alimenta il rischio di ferire le persone a lei vicine: Margot è una mina vagante all’interno di un dramma familiare nel quale lo spettatore viene inserito, e del quale riesce a intuirne, con un gioco di frasi e rimandi mai troppo espliciti, l’instabilità. La componente drammatica si inserisce inizialmente in seno al rapporto sororale fra Margot e Pauline, che si innalza a topico legame fra sorelle, nel quale nascono le prime invidie, le gelosie, le morbosità, ma soprattutto un amore viscerale e profondissimo, reso instabile dalla condivisione di tormentate esperienze infantili. A uno sguardo ulteriore, il racconto filmico sembra suggerirci un senso di ereditarietà ineluttabile: ciò che è stato un passato da figlia si ripercuote, con tutte le debolezze, i complessi, i traumi, nel presente da madre. L’asse di tensione si sposta – mai totalmente o definitivamente, ma sempre per accenni – dalle due sorelle al vincolo edipico che unisce Margot al figlio Claude; un cordone ben saldo che nessuno dei due riesce a recidere o ad allentare. Emblematica la scena finale.
Vita e cinema
Figlio di un novellista e di una critica, Noah Baumbach ha certamente esplicitato nei suoi due ultimi lavori una certa predisposizione autobiografica del quale è possibile cogliere gli elementi. Se nel 2005 analizzava l’alienante difficoltà di due figli alle prese con la separazione dei genitori, con la sua ultima opera analizza il collasso dei vincoli familiari, proprio in occasione di un lieto – o presunto tale – evento, ovvero il matrimonio. La stessa rovinosa vita coniugale della protagonista Margot mette in evidenza la precarietà tutta reale dei vincoli sentimentali.
Nicole Kidman, già Virginia Woolf in The Hours, e nuovamente novelist con Baumbach, e Jennifer Jason Leigh – moglie del regista americano – formano la coppia di sorelle in contrasto fra loro, e rappresentano un’ottima scelta, e una sicura conferma. Jack Black, in uno dei suoi pochi ruoli seri – con Jackson in King Kong il più famoso – costretto a dismettere gag e debordanti espressioni fisiognomiche (seppur connaturate al personaggio) veste i panni del sedicente artista talentuoso, frustrato e vagamente misantropo. Nel cast anche John Turturro e un esordiente di talento, Zane Pais, nel ruolo di un personaggio inquieto - il figlio di Margot alle prese con i sudori della pubertà - restituitoci con naturalezza e personalità. Un cast sopra le righe, per una produzione brillante, una commedia drammatica non facilmente catalogabile, ma infine divertente e con qualche spunto di riflessione. Bella la fotografia di Harris Savides, calda e romantica nello scavo dei personaggi, tersa alla luce del sole.