Le donne, l'arte e gli amori
Guido Contini (Daniel Day-Lewis) è un regista acclamato ovunque per i suoi film, quantomeno per i suoi primi lavori; perché gli ultimi, in realtà, sono stati un insuccesso. Fra gli agi e gli eccessi della dolce vita romana degli anni Sessanta, Guido si prepara a cominciare la sua nuova opera, Italia, ma c'è un problema: non ha la minima idea di cosa raccontare, la prima pagina della sceneggiatura resta sempre bianca. Alla crisi creativa si aggiungerà però ben presto quella sentimentale, e il regista si troverà ad affrontare - tanto nella realtà quanto in sogno - tutte le donne della sua vita: la moglie Luisa (Marion Cotillard), l'amante Carla (Penélope Cruz), la sua "musa", nonché star del cinema, Claudia (Nicole Kidman), la sua costumista e confidente Lilli (Judi Dench), la giornalista di Vogue Stephenie (Kate Hudson)... oltre a due figure appartenenti al passato ma ancora vivide nella mente di Guido, quelle della madre (Sophia Loren) e della prostituta Saraghina (Fergie), che da piccolo gli insegnò l'amore.
Si prospetta un cataclisma delle arti e degli affetti...
Quel mezzo numero in più
Che cosa si agita nella mente di un creativo? Quali ansie, quali tormenti? Nel suo capolavoro più intimista - insieme ad Amarcord - Fellini raccontava se stesso attraverso lo specchio di Guido Contini, suo "doppio" di celluloide nonché massima espressione di tutte le sue frustrazioni, e di quella crisi esistenzial-creativa che tutti i geni sono prima o poi costretti ad affrontare (quando non si tratta di una condizione permanente). Il film, non a caso, era aureferenziale sin dal titolo: Otto e mezzo, ovvero l'ottavo film e mezzo diretto da Fellini (il "mezzo" si riferisce all'opera di esordio, Luci del varietà, girato a quattro mani con Alberto Lattuada). Ma se la storia in questione è così personale, così privata, ha senso che sia qualcun altro a dirigerla, seppur rinnovata in forma di musical? Parrebbe una domanda retorica, e in parte lo è, ma non si può negare che Nine abbia il merito di giocare le sue carte su un terreno diverso.
Sparito il clima etereo e sognante di Fellini, sparito il lato grottesco e l'approccio intimista, il film di Rob Marshall diviene una sorta di omaggio alle figure iconiche - e iconizzate - dello stesso Fellini e di Mastroianni, ma anche un omaggio a quel periodo aureo del cinema italiano che gli americani ancora venerano con sincera ammirazione: ciò che ne risulta è quindi un ritratto viscerale, appassionato, di come "loro" vedono "noi", e la canzone Be Italian è particolarmente emblematica in tal senso. Nonostante quello che si potrebbe pensare, tra le follie del genio e gli eccessi della sregolatezza, il ritratto in fondo è lusinghiero, magari un po' ingenuo ma onesto. E, non dimentichiamolo, ha per oggetto soprattutto Fellini, il suo modo d'intendere il cinema e più in generale la vita.
Più che in Otto e mezzo, tutto ruota intorno ai corpi delle donne di Guido, corpi che Rob Marshall sa caricare di una sensualità molto accesa, esuberante, rendendoli protagonisti di numeri musicali ad hoc in cui, però, i personaggi femminili dimostrano sempre di vivere solo ed esclusivamente in funzione dello stesso Guido, a seconda dei casi marito, amante, figlio o regista. Ma l'impressione è che qualcosa di teatrale remi contro il film. Di impianto teatrale sono le (poco fantasiose) coreografie, ma d'altra parte era così anche in Chicago; qui, però, lo stridore fra la messa in scena cinematografica della parte narrata e la messa in scena teatrale dei numeri musicali può avere un senso in quanto rappresentazione del contrasto fra immaginazione e realtà: canzoni e coreografie, infatti, appartengono sempre alla sfera dell'immaginazione. Non intervengono sulla storia, ma bloccano l'azione - o agiscono parallelamente a essa - per rivelare sentimenti e ansie dei personaggi, come momenti solipsistici e metaforici ai quali siamo invitati a partecipare da spettatori. Peccato che questi momenti si leghino in modo un po' forzato al resto del film, e non sappiano rendere pienamente giustizia ai loro interpreti, tutti bravissimi: a partire dall'immenso Daniel Day-Lewis, dominatore assoluto della scena, calatosi nella parte con abilità mimetica. Questo, comunque, senza nulla togliere al quartetto composto da Marion Cotillard, Penélope Cruz, Nicole Kidman e Kate Hudson, che raggiungono vertici canori inseparati, né all'italico cast di contorno, a suo agio anche con la lingua d'Albione.
Un film non pienamente riuscito in ogni suo aspetto, eppure dotato di un particolare facino dovuto per lo più alla derivazione felliniana, e alla strepitosa performance di Daniel Day-Lewis. Che, da sola, vale la visione.