Dammi la valigetta!
Coniglietta (Amanda Plummer) e Zucchino (Tim Roth) stanno pranzando in una tavola calda di Los Angeles quando decidono di rapinarla. Vincent Vega (John Travolta) e Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) sono due gangster che devono eseguire un lavoro, nelle mani stringono le pistole mentre dibattono sulla correttezza dei massaggi ai piedi. Vincent cerca di nascondere la preoccupazione perché deve tenere compagnia a Mia (Uma Thurman), la moglie cocainomane del suo capo (Ving Rhames). Su quest'ultimo si dice che abbia gettato dalla finestra un uomo solo perché avesse massaggiato i piedi di sua moglie. Butch (Bruce Willis), un pugile ormai al tramonto, non ha perso l'incontro venendo meno ai patti del suo capo Marsellus Wallace. Dei sicari sono sulle sue tracce.
Io sono il pastore
L'inizio è la fine: il film si apre e si conclude in una tavola calda. Quelli che all'apparenza sembrerebbero i protagonisti di una rapina fuori di testa diventano delle marionette al servizio di Quentin Tarantino. Prima nota significativa: qui nulla è come appare. Non è un thriller banale, una commedia noir verbosa o ridondante (nonostante i 154 minuti complessivi). Rilancia se non altro le storie semplici dai risvolti imprevedibili: il regista di Knoxville applica a dei personaggi specifici in situazioni grottesche delle regole di vita reale. Un meccanismo che porta al ridimensionamento dei cliché (eventi e interazioni già viste), poiché reinterpretati dagli eventi secondo una visione credibile e diversa da qualsiasi trascorso. Alla sceneggiatura si deve il merito del gioco di prestigio: grazie alla collaborazione di Roger Avary, sposa dialoghi fulminei e violenza degli intenti che mai si palesa sullo schermo come futile riempitivo. Il film interseca diverse storie non perdendo mai di vista i tre personaggi principali (Vega, Butch, Jules), finendo per stabilizzare un contesto nel quale nulla avviene per caso. Risvolto dopo risvolto, per mezzo di passaggi temporali che investono presente e passato come fossero la stessa cosa, vengono rivelate le personalità dei personaggi: tutti con una storia, trattati con cura e definiti nei minimi particolari, si muovono entro i confini della credibilità. Ciascuno di loro non ha solo un senso strutturale (nel posto giusto al momento giusto), bensì tiene saldamente il controllo dell'Io individuale. Vega non è un killer monodimensionale, ha una sua personalità che lo distingue dal suo amico e collega Jules, al quale viene affidato un messaggio spirituale che diviene affascinante per via di come viene gestito. La valigetta è un mero MacGuffin o il suo ruolo è più importante di quanto si creda? Il secondo film da regista di Tarantino pone allo spettatore delle questioni originali, specie per un misto di generi e movimenti culturali (exploitation, spaghetti western, poliziesco, Nouvelle Vague) a cui il regista sembra rivolgersi con rispettosa riverenza. Una mescolanza di suoni e atmosfere che investe anche la colonna sonora, con tracce che vanno dal blues al rock e al funk.
Allergico alle banalità e ai vecchi - nonché stantii - metodi di analisi applicati nelle migliori scuole di cinema americane, Tarantino ha forgiato il suo stile studiando da autodidatta le incongruenze della società moderna, alla ricerca dell'intreccio ludico-culturale perfetto. Il suo approccio, ancorato al precedente fenomeno de
Le Iene, è comunque in grado di rispettare se stesso e il suo pubblico grazie all'innovazione intrinseca della sceneggiatura, che riflette una voglia, da parte dell'autore, di smuovere le acque: fondere intrattenimento e violenza in un cinema che vuole comunicare a tutti i costi.
Grezzo, sensazionale, crudo. In due parole:
Pulp Fiction. Un solo nome e cognome: Quentin Tarantino. E la storia riparte da qui.