Rabbit Hole

Voto: 4/5 - 
Titolo Originale: Rabbit Hole
Un film di John Cameron Mitchell. Sceneggiatura: David Lindsay-Abaire
Genere: Drammatico - Stati Uniti (2010) Durata: 90min.
Produzione: Blossom Films, Fox Searchlight Pictures, Olympus Pictures. 
Distribuzione: Videa-CDE
Data Uscita cinema: 11/02/2011
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"La versione triste di noi"
Sono trascorsi otto mesi da quando Becca e Howie hanno perso il loro figlioletto Danny, investito da un'automobile sul viale di casa mentre inseguiva il suo cane. La loro vita è come un meccanismo inceppato, e mentre Howie si tortura nei ricordi, Becca non riesce a trovare consolazione né nel gruppo di sostegno che entrambi frequentano ogni settimana, né nel rapporto con la madre e con la sorella, quest'ultima appena rimasta incinta.
Un giorno, però, Becca incrocia casualmente Jason, il giovane che investì suo figlio. Il ragazzo, nonostante non sia mai stato incolpato per la morte del bambino, si sente responsabile, anche se la donna seguita a rassicurarlo che non è così. I due cominciano allora a trascorrere un po' di tempo insieme, trovando stralci di conforto l'uno nell'altra...

Quanto è profonda la tana del coniglio?
Il dolore. Alcuni lo rappresentano come un colpo di scure, che si abbatte pesantemente sul capo delle sue vittime in un'esplosione di sussulti e grida convulse. Ma il dolore è piuttosto una lama sottile, come uno stiletto che s'immerge nella carne, e che lì rimane senza smettere di tagliare, sempre più a fondo, sempre più affilato: a ogni movimento si avverte la sua presenza in una fitta acuta che condiziona le scelte individuali, il rapporto con gli altri, la prevedibile vita di tutti i giorni. Il dolore come compagno costante, certo, ma anche discreto, sottocutaneo, nonché ideale oggetto d'indagine per la raffinata piéce di David Lindsay-Abaire (valsagli il Pulitzer nel 2007), ora traslata in un film che illustra l'insopportabile banalità della sofferenza attraverso i gesti e le situazioni del quotidiano. Perché Rabbit Hole, sia chiaro, non urla il dolore in grandi scene melodrammatiche, non lo declama a gran voce alzando i pugni al cielo; al contrario, lo sussurra fra le pieghe della normalità, lo congela nella reiterazione dell'ordinario. La protagonista, Becca, ormai insofferente alle regole del vivere sociale, si muove come un pachiderma in una cristalleria, e rovina ogni singolo istante della sua esistenza proprio perché il dolore è divenuto per lei un inseparabile compagno di vita: tutto ciò che vede, tutto ciò che vive, sembra alludere a quella sofferenza che si porta in corpo, costringendola a chiudersi in un silenzioso inferno personale. Ma la via per l'elaborazione del lutto varia da individuo a individuo, e se per il marito Howie passa dal portale della memoria, per lei passa invece da un altro genere di portale, sarebbe a dire quella tana di (Bian)coniglio che conduce in un'altra dimensione, più felice, abitata da qualcuno che non sia "la versione triste di noi". È paradossale che sia proprio Jason, carnefice innocente, a guidarla attraverso quel portale: la condivisione del dolore, tanto difficile con il marito, permette a Becca di stabilire una connessione empatica con quel "surrogato" di figlio che non ha nessuna colpa, se non quella di essere stato la pedina inconsapevole - o meglio, solo una delle tante pedine inconsapevoli - in un crudele disegno del caso.
Rabbit Hole, in effetti, non sceglie soluzioni scontate, e persino la colonna sonora rifugge il melodramma. Leggiadra com'è, punteggia una messa in scena di notevole sobrietà, coerente sia con la naturalezza delle emozioni in gioco, sia con i toni compassati della vicenda; e sono bravissimi, a tal proposito, Nicole Kidman e Aaron Eckart, che si adeguano al clima del film senza perdere alcunché in termini di intensità e credibilità. Ma il fulcro dell'opera resta la sceneggiatura dello stesso David Lindsay-Abaire: mai ricattatoria, rigorosamente antiretorica, ha il coraggio di esprimere apertamente pensieri, reazioni e inquietudini che di solito passano sotto silenzio, e che farebbe piacere ascoltare più spesso ad alta voce, come in questa occasione.
Da vedere.
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