Vampiri prossimi venturi
In un futuro imprecisato, l'umanità ha vinto la sua battaglia contro i vampiri e si è ritirata all'interno di grandi e cupe metropoli sotto la protezione della Chiesa, che governa con mano autoritaria. Il contributo determinante per la vittoria della guerra è stato fornito dai preti, un ordine di guerrieri dotati di capacità sovrumane, ma la Chiesa, spaventata dal loro potere, ha deciso di congedarli dal servizio.
La minaccia dei vampiri, però, non è stata completamente debellata, e a guidarli c'è ora un leader forte e misterioso, che rapisce la nipote di uno dei preti. Sarà proprio quest'ultimo a mettersi sulle sue tracce, aiutato da un giovane sceriffo e da una sacerdotessa combattente...
Flebile entertainment
Il regista Scott Stewart deve amare davvero tanto la commistione fra action-fantasy e tematiche religiose, ma forse non ama con pari ardore le storie di qualità: se con Legion aveva mostrato uno sprezzo del ridicolo non indifferente, ora con Priest guadagna un soggetto vagamente più solido dalla graphic novel di Min-Woo Hyung, traendone però solo un pastiche banalotto e inutilmente serioso, che unisce tante componenti senza valorizzarne nessuna. Si parte con una metropoli distopica figlia di Blade Runner, governata da una sorta di Grande Fratello teocratico, e poi si prosegue sui binari del fanta-western, al quale i vampiri danno un tocco horror debitore - nel creatures design - di innumerevoli film e videogiochi più o meno recenti; insomma, una molteplicità di anime che partoriscono un prodotto anonimo, piatto ed emotivamente debole, anche perché il protagonista rivela un carattere alquanto monodimensionale, cui non giovano i tipici complessi da eroe tormentato. La maschera sofferente di Paul Bettany diviene così un emblema di reiteratissimi cliché narrativi, e perde il confronto con il carismatico Black Hat, villain paradossalmente dotato di debolezze più umane (la sua missione è la liberazione dei piaceri), reso con efficacia dall'intrigante Karl Urban. Per il resto, non si può negare che la confezione tecnica sia di buon livello, ma risulta inevitabilmente indebolita da una scarsa creatività in fase di pre-visualizzazione: l'impianto visivo - costumi, scenografie, le già citate creature - non ha nulla di sorprendente, e pare semplicemente adagiato sui livelli medi del cinema fantastico contemporaneo, quello che si accontenta di mettere in scena il classico spettacolo di azione e CGI senza preoccuparsi troppo di ciò che racconta.
Curiosi, ma probabilmente involontari, alcuni riferimenti all'attualità, e in particolare la rappresentazione di una Chiesa autoritaria che stabilisce con i suoi fedeli una comunicazione unidirezionale: parla, ma non ascolta. I confessionali automatizzati, dove un sacerdote assolve il povero penitente con formule standard, prefigurano una disumanizzazione inquietante che riduce i fedeli a semplici ingranaggi del sistema, pedine da muovere secondo le necessità. Ma anche questo aspetto, come tutto il resto, si dissolve nelle logiche dell'intrattenimento senza pretese.