«Per garantire la sopravvivenza di questa nazione farei di tutto»
Il 14 aprile 1865 il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln viene assassinato dall’attore John Wilkes Booth. L’indomani Booth viene trovato nascosto in un granaio e giustiziato, mentre sette uomini e una donna vengono accusati di aver cospirato per uccidere, oltre a Lincoln, anche il vicepresidente e il segretario di Stato. Mary Surratt è la proprietaria della pensione dove gli altri imputati si riunivano per pianificare gli omicidi. Il giovane avvocato Fredrick Aiken, ex soldato nella guerra di secessione, pur controvoglia prende le difese della donna di fronte al tribunale militare. Ma durante il processo si convince sempre più che la sua assistita sia innocente e sia stata arrestata per arrivare all’unico cospiratore sfuggito all’arresto, suo figlio John…
«Processare dei civili davanti a un tribunale militare è un’atrocità»
Quando la sicurezza nazionale è in pericolo, quando le sue istituzioni vengono colpite, l’America tende immediatamente a individuare o costruirsi un nemico e annientarlo. Ne va della sua sopravvivenza e della sua immagine come maggiore potenza mondiale. In un Paese ancora profondamente diviso tra nord e sud, l’assassinio di Lincoln rappresentava un attacco al governo federale e una minaccia per i precari equilibri di pace. Il processo a Mary Surratt assunse quindi un sapore tutto politico. Il ministro della guerra Edwin Stanton – un misurato Kevin Kline – l’uomo che per garantire la sopravvivenza della sua nazione era disposto a tutto, prese il controllo delle indagini e del processo per giungere a una soluzione che vendicasse pubblicamente la morte di Lincoln e rendesse più salda l’unità federale. Mary Surratt, si domandano Redford e lo sceneggiatore James Solomon, cadde vittima di un “interesse superiore”?
L’interrogativo rimane irrisolto e lo spettatore può dare la propria lettura. Il discorso che interessa a Redford è un altro, e risiede tutto in quel parallelo tra la vicenda storica e i fatti di Guantanamo. Mary Surratt, insieme agli altri imputati, viene costretta a portare un cappuccio durante gli spostamenti ed è processata da un tribunale militare, proprio come i reclusi della prigione statunitense. «La storia e gli avvenimenti di oggi hanno un modo interessante di mettere in luce le somiglianze tra le due situazioni» ha spiegato Redford. «Sarà il pubblico a decidere».
Redford evita attentamente di scadere nel melodrammatico e nel retorico, tipici di certe epopee storiche, ma rischia di non coinvolgere appieno lo spettatore. La ricostruzione degli ambienti e dei costumi è meticolosa, la fotografia dai toni desaturati crea un effetto quasi monocromatico senza però divenire un banale effetto seppia.
Dopo Leoni per agnelli, Redford realizza di nuovo un film altamente politico che pone allo spettatore interrogativi importanti sull’America di ieri e di oggi, ma che, rispetto al precedente, risulta meno appassionante. Come in un altro dei suoi lavori, Quiz Show, il regista parte dal fatto storico per focalizzarsi sul lato giuridico della vicenda, ma in questo caso il film stenta a diventare un dramma giudiziario avvincente. La verbosità della sceneggiatura, che a tratti rallenta il ritmo della pellicola, e l’impianto corale, che poggia sulle buone interpretazioni degli attori, rendono The Conspirator un film ben fatto ma che non convince del tutto.