«L’Aquila non è un pezzo di metallo, l’Aquila è Roma»
II secolo d.C., Marco Aquila è un valoroso comandate romano. Nel combattimento in un’arena il suo pollice nel pugno salva la vita al perdente, il britanno Esca, che gli viene regalato come schiavo. Tra i due nasce una profonda amicizia. Marco decide di portarselo dietro in una missione oltre il Vallo di Adriano, sulle tracce della Nona Legione, comandata da suo padre Flavio sotto l’insegna dell’Aquila dorata, di cui non si hanno notizie da vent’anni…
Tratto dal romanzo storico di Rosemary Sutcliff.
«Lui non è uno schiavo. E ne sa di onore e libertà molto più di quanto ne sappiate voi»
Da sempre il cinema di genere può essere visto come lo specchio dei sentimenti, delle angosce di una nazione. Nei film di fantascienza degli anni Cinquanta gli extraterrestri erano chiaramente un riflesso della minaccia sovietica, Godzilla l’incarnazione della psicosi nucleare. Facile vedere anche in The Eagle, già nella prima scena dei barbari Britanni che esibiscono la decapitazione dei prigionieri romani, lo specchio dei Talebani, contro l’Impero Americano. Non importa che i Romani fossero un popolo invasore, i proclami del britanno tagliatore di teste hanno tutta l’aria delle farneticazioni di tanti terroristi attuali. E il Vallo di Adriano, edificato proprio come protezione dalle tribù ribelli della Caledonia, sembra trovare un corrispettivo, nella storia contemporanea, nel muro israeliano. In generale il film è incentrato sullo scontro tra civiltà e barbarie, ponendosi nettamente dalla prima parte. Non è un caso che Esca scelga il mondo civile, anche se con la prospettiva di tornare a essere uno schiavo. Singolare che a salvare i due protagonisti raggiunti dai guerrieri selvaggi, i classici “nostri” che arrivano, sia un plotone di Romani imbolsiti, grassi e con capelli e barba lunghi, quasi dei barbari a loro volta. Ma sono gli scudi e le armature, e la loro sofisticata strategia tattica, come nella scena iniziale dell’assedio, ad avere la meglio sui barbari tribali, agghindati di orpelli superstiziosi e ridicoli. Proprio come oggi sono la tecnologia e le tattiche belliche a determinare la superiorità di un esercito, seppure più esiguo numericamente. Conferma di questa impostazione è il fatto che i Romani siano interpretati da attori americani, sottolineando l’identificazione storica dei due imperi, mentre i Britanni da inglesi. È l’inversione della convenzione dei kolossal classici hollywoodiani, che vedeva i Romani impersonati da attori britannici, dall’eloquio più raffinato, mentre gli schiavi da americani dalla lingua viva e sciolta. Scelte diverse che riflettono impostazioni ideologiche precise. Lo stesso regista sottolinea i paralleli con l’attualità e il tema di fondo dell’imperialismo e dello stravolgimento delle culture dei paesi occupati. Peccato che il tema non sia in realtà nemmeno impostato, e si sciolga in quella faciloneria ideologica di cui sopra.
Dalla sua The Eagle vanta però un realismo di stampo documentaristico, ottenuto evitando il ricorso agli effetti CGI, girando nelle location reali delle Highlands scozzesi. È il retaggio che si porta dietro il regista, autore del bel film-documentario La morte sospesa, con cui The Eagle condivide il tema della lotta per la sopravvivenza.