Matto come un cavallo
Joey è un puledro scozzese che viene acquistato dall’agricoltore Ted Naracott per arare i campi della sua fattoria e salvarla dalle rapaci mire del padrone che vorrebbe sfrattarli. Addestrato dal testardo figlio Albert, Joey diventa il suo inseparabile amico finché Ted Narcott non decide di venderlo per pagare l’affitto. Joey diventa così un cavallo di fanteria inviato a combattere in Europa nel corso della Prima Guerra Mondiale. Durante il conflitto Joey vivrà incredibili e pericolosissime avventure, mentre il suo amico Albert, arruolatosi nell’esercito, ne è alla costante ricerca…
Salvate il cavallo Joey!
Direttamente dalle pagine di Michael Morpurgo e dal successivo spettacolo teatrale allestito a Broadway, ecco arrivare sui nostri schermi la parabola di amicizia equina tra l’indomabile cavallo Joey e l’ingenuo ragazzino Albert (Jeremy Irvine, alla sua prima esperienza di rilievo su grande schermo). L’ultimo parto di Steven Spielberg, War Horse, ci riporta ai temi classici della guerra (niente a che vedere con i virtuosismi registici di Salvate il soldato Ryan, per intenderci), del conflitto generazionale, dell’amicizia tra “diversi”, conditi con molto melodramma e battendo sentieri che vorrebbero forse essere molto selvaggi, ma non lo sono nemmeno un po’.
La trama, come anticipato, è piuttosto prevedibile. Agli albori della Prima Guerra Mondiale, un ragazzino scozzese di nome Albert incontra un cavallo: Joey, tra i due scocca la scintilla, e quadrupede e umano diventano inseparabili. Purtroppo le vicende familiari e quelle storiche si intrecciano inesorabilmente portandoli alla separazione. Il primo, poiché ancora minorenne, sarà costretto a rimanere a casa a badare alla fattoria e a un padre beone: Ted (Peter Mullan, che nella finzione cinematografica è ammogliato al premio Oscar Emily Watson), il secondo invece verrà inviato sul campo per servire il paese come cavallo di fanteria. Inutile aggiungere che Joey vivrà tutto un succedersi di avventure, cambiando di volta in volta padrone, dagli scozzesi ai “crucchi”, passando per le incantevoli mani di una deliziosa bambina francese che lo porteranno a scrutare il vero volto della guerra. Una messa in scena classica e una colonna sonora di John Williams che di volta in volta ci suggerisce cosa dovremmo provare ne fanno un film disneyano perfetto, adatto a un pubblico di famiglie che ne apprezzerà il crescendo senza particolari scossoni, fino all’atteso finale che omaggia, guarda un po’, Via col Vento.
La battaglia vista attraverso gli occhi di un cavallo, dicevamo: Joey diventa infatti riflesso dei proprietari di turno, con le loro paure, piccolezze o grandi gesti di eroismo. Quello che però, almeno in Tin Tin , era il vero piacere dell’avventura, qui si perde a favore di una narrazione piatta, il cui unico brio registico emerge durante una folle cavalcata nella no man’s land tra gli eserciti opposti, episodio che diventa occasione per un siparietto macchietti stico con spargimento di buoni sentimenti. Ora, di cosiddetti “buoni sentimenti” è cosparso anche Hugo Cabret, che concorre con War Horse per la statuetta di Miglior Film, ma il paragone non regge. Là dove la fascinazione, il senso del meraviglioso, la magia del cinema la fanno da padroni, qui sono annegati nel mostrare quanto sia dura la vita in trincea.
Decisamente ben lungi dagli inquietanti punti vista de Lo squalo , quest’ultimo lungometraggio di Spielberg non rende onore alla lunga carriera del regista e le sei candidature agli Academy Awards sono decisamente troppe.