«I like to kill them softly. From a distance»
Due balordi (Scott McNairy e Ben Mendelsohn) tentano il colpo della loro vita rapinando una partita di poker gestita dalla mafia. I due trovano in Markie Trattman (Ray Liotta), un gangster ormai in disarmo, il perfetto capro espiatorio per coprirsi le spalle.
La situazione però è più complicata del previsto: la rapina alla partita ha prosciugato le casse di importanti uomini d’onore intenzionati a far pagare caro lo scherzetto ai due balordi. Entra così in scena il killer professionista Jackie Cogan (Brad Pitt), un uomo brillante, loquace, ma al contempo freddo e spietato nel portare a termine le proprie missioni. Cogan ha uno stile tutto suo: ama uccidere la gente dolcemente, da lontano, refrattario a qualsiasi forma di contatto o coinvolgimento.
«America is not a country: it's a business»
Con la sua opera terza, dopo il grande successo de L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Andrew Dominik prosegue il suo percorso autoriale di ridefinizione dei generi fondanti del cinema americano.
Se con il film del 2007 Dominik aveva reinterpretato il western in una chiave più intimista e psicologica, Cogan si presenta, invece, come un gangster movie in cui la componente action è assai ridotta e sacrificata in nome di un’impostazione molto teatrale dove sono i dialoghi il vero motore narrativo della storia.
Strizzando un occhio al cinema dei fratelli Coen (personaggi fondamentalmente idioti e la stupidità intesa come madre di ogni tipo di violenza), di Quentin Tarantino (i dialoghi torrenziali e l’atteggiamento ricercatamente “cool” dei protagonisti) e Martin Scorsese (il punto di vista è quello della bassa manovalanza criminale), Dominik cerca di raccontare la crisi del sistema capitalistico.
La malavita è una forma di capitalismo e il capitalismo è uno dei principi fondanti dell’America («L’America non è un paese: è un business» dice a un certo punto Brad Pitt). Lo sguardo di Dominik sul presente è pessimista, quasi nichilista, nel suo mostrarci un campionario di figure spaesate, inaffidabili (come il sicario interpretato da James Gandolfini) e deboli, che si muovono in spazi spettrali, squallidi, costantemente bagnati dalla pioggia.
Ma Dominik si affida molto poco alla componente visiva, delegando i sottotesti del suo discorso filmico a dialoghi fin troppo evidenti, espliciti e alla lunga ridondanti. A dominare è quindi il senso di un profondo didascalismo teorico, dove le metafore implicite della storia vengono spiattellate con una certa dose di compiacimento.
Il tutto viene appesantito da una “curiosa” colonna sonora: le azioni dei protagonisti sono, infatti, accompagnate da discorsi elettorali sul tema dell’economia provenienti da radio o televisioni. La vicenda si svolge alla fine della campagna elettorale del 2008 (attualizzando il romanzo del 1974 di George V. Higgins da cui il film è tratto) e quindi le voci di Barack Obama, John McCain e George Bush Jr. fanno letteralmente da coro greco alla vicenda.
Alla fine, quindi, Cogan risulta un film piuttosto banale e prevedibile in ciò che dice, poco convincente e noioso nel modo in cui lo dice. Vanno così a vanificarsi una serie di buone prove d’attore (il sempre ottimo Richard Jenkins su tutti, ma da non sottovalutare anche altri due caratteristi di classe come James Gandolfini e Ben Mendelsohn) e qualche trovata registica notevole che finisce con l’essere puro esercizio di stile fine a se stesso.