Qualche sera fa, dopo aver consultato ossessivamente il mio hard disk multimediale, mi sono imbattuta in un film – di cui, per altro, avevo segnalato l’uscita – che mi ha davvero colpita. Chiariamoci, il film è diretto da uno dei più capaci e infallibili registi contemporanei e, per questo motivo, non nutrivo alcun dubbio circa il suo valore. Eppure, nonostante fossi preparata al meglio, tenendo anche conto del fatto che l’opera nasceva dall’incontro di nuove forze creative e all’interno di contesti differenti dal solito, sono stata completamente sedotta dal film, assorbita da quelle immagini conturbanti e limpide, intense e laconiche, suadenti e fluttuanti. Capita di rado di trovarsi al cospetto di opere tanto coinvolgenti, così minuziosamente congegnate nella forma e nel contenuto, da un lato ispirate dai film dei più grandi artisti della regia – in questo caso Alfred Hitchcock – e dall’altro sradicate e innestate in terreni culturali inconsueti, e forse impropri, per offrire figure ibride in grado di competere con le tradizionali rappresentazioni dell’immaginario collettivo. A riuscire in tutto ciò è l’abile regista sudcoreano Park Chan-wook, che, con la sua ultima fatica, realizza un’opera di qualità, originale e pure erudita.
A partire da ciò credo che sia necessario non trascurare questo film, e soprattutto non trascurare il particolare approccio di Chan-wook all’orrore. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i suoi film non rientrino a pieno regime nel genere horror, ma ci tengo a precisare che non è nella stereotipia che vanno ricercati i punti fermi di un modello estetico e narrativo, bensì passando al vaglio le anomalie dovute alle naturali trasformazioni culturali che, con un’onda d’urto potentissima, modificano periodicamente le traiettorie della ricezione e dell’interpretazione.
L’orrore ha diversi volti e, più aumentano, più esso diviene imprevedibile e ingestibile…
Il film di cui ci occupiamo è proprio il recentissimo Stoker (Park Chan-wook, 2013), il primo del regista ad essere realizzato lontano dalla terra natia (una produzione USA/UK). Si tratta di un prodotto elegante e complesso che, se da un lato si sottrae ai canoni del genere horror, dall’altro ne sfrutta i principi persuasivi, modificandone i codici e gli effetti espressivi. Il tentativo è quello di dare vita a un orrore che mai si consuma, che aleggia misteriosamente e che si fa desiderare ammiccando dai simboli sparsi nelle sequenze (espressioni inquietanti, animali vivi e morti e oggetti particolari) ed eclissandosi negli angoli bui dell’inquadratura (dei corpi e delle architetture) – il ragno che percorre la gamba della protagonista per poi insinuarsi tra le sue gambe e sotto la sua gonna è morbosamente significativa. Per permettere all’orrore di temporeggiare, il regista lo asseconda e lo corteggia con una regia dai tempi languidi e reiterati, con una fotografia luminosa e definita, in cui l’orrore possa aggirarsi indisturbato tra quei chiaroscuri capaci di rubare la scena al rosso del vino, come del sangue. I virtuosismi visivi, poi, che sembrano tesi a smorzare la tensione distraendo lo spettatore, sono un trucco. La tensione si insinua proprio in quei momenti quando, distratto e affascinato dall’immagine, lo spettatore viene ri-catapultato nella storia da una vorticosa e caotica stesura narrativa, dove si corre avanti e si torna indietro, dove le brusche frenate sono seguite da audaci accelerazioni. Tutto pare svolgersi come in un ballo provocante, in cui ci si avvicina e ci si allontana, ci si sfiora e si fugge, mentre i suoni minimali di Philip Glass scandiscono ogni passo. È la danza del male, che incanta e tramortisce le sue vittime senza che esse possano averne piena coscienza. Il film, dopotutto, parla proprio di questo, della seduzione del male attraverso la manipolazione di cose e persone, di tempi e di spazi.
India Stoker (Mia Wasikowska) è una giovane e introversa che da poco ha perso l’unica persona in grado di comprenderla e tranquillizzarla: suo padre. Rimasta sola con un’incurante e volubile madre, Evelyn Stoker (Nicole Kidman), India si emargina sempre di più. A tenerla appesa al filo della socialità è lo zio Charlie (Matthew Goode), riapparso dal nulla in occasione del funerale del fratello, che in maniera affascinante e delicata conquista l’attenzione di India, accendendo in lei sopite e inattese sensazioni. Nonostante India non sia l’unica a subire il fascino dello zio, è senz’altro la sola a provare un’istintiva e combattuta diffidenza…
Chan-wook gioca non solo con le aspettative del genere a cui si ispira, ma anche con quelle appartenenti al cinema da cui proviene, quello orientale, in cui la rappresentazione fantasmatica delle cose e delle persone spesso mina la certezza della loro presenza. Lo zio Charlie sembra essere, come in molti film horror orientali, una figura immaginaria, la rappresentazione di un’ossessione percepita solo da India, e il regista avvalora questa ipotesi in diverse occasioni. Allo stesso tempo, però, Chan-wook getta il dubbio su questa possibilità, tratteggiando disorganicamente il rapporto che lega la madre Evelyn allo zio Charlie e alimentando dubbi e nuove possibilità. A questo punto le ipotesi si moltiplicano e si intrecciano, fino a rendere sempre più inattendibile la realtà diegetica. E, in effetti, è proprio questo il desiderio del regista, quello di allontanarsi dalla prassi narrativa chiusa e dal racconto classico dell’orrore, sublimando il messaggio di Bram Stoker con una storia non insanguinata, bensì di sangue, dove il male non è virale, ma è genetico, non è la conseguenza di una scelta o dell’assenza di una morale, non nasce dall’amore o dall’odio. Il male è congenito e, per esistere, deve solo essere risvegliato, liberato, assaporato…
Buona visione.
La riesumazione della settimana
Il secondo film di cui ci occupiamo è l’interessante variazione sul tema proposta con Thirst (Park Chan-wook, 2009). Il film, liberamente ispirato alla nota opera Teresa Raquin (Emile Zola, 1867), racconta una storia complessa d’amore e di vampiri ponendo attenzione particolare alla psicologia dei personaggi e alle modulazioni drammatiche della storia. Il risultato è una storia tragica in cui il vampirismo interviene per palesare i vantaggi e gli svantaggi delle “passioni”: dare e ottenere, offrire e privare, sono amplificati e stravolti nel senso dall’intervento dell’elemento fantastico. Godere del corpo altrui non significa più trarne piacere e restituirlo, ma significa anche impoverirlo, danneggiarlo, ucciderlo e, allo stesso modo, offrire il proprio corpo può rappresentare la guarigione e la salvezza per l’altro, il tutto secondo dinamiche che oscillano costantemente tra onestà e corruzione, spiritualità e carnalità.
Sang-hyun (Kang-ho Song) è un prete molto amato dalla sua comunità. Un giorno decide di partire per l’Africa per sperimentare un vaccino utile per debellare un virus che sta mietendo diverse vittime. Tornato dal suo viaggio, il prete scopre di aver contratto la malattia che, a poco a poco, lo trasforma in un vampiro. Nel frattempo fa la conoscenza della innocente e delicata Tae-ju (Ok-bin Kim), la moglie di un suo caro amico di infanzia. Trasformato nel corpo e nella psiche, il prete intraprenderà una relazione clandestina con la donna, dando il via a una serie di perversioni morali e carnali.
Come in Stoker Park Chan-wook sceglie di mescolare i registri e la simbologia dei generi per descrivere un’umanità non direttamente colpevole, e quindi non sotto giudizio, ma geneticamente predisposta al male, dove ogni essere umano, in un modo o nell’altro, può trovarsi a varcare l’impercettibile confine posto tra il bene e il male, l’amore e l’odio, la devozione e la crudeltà. La narrazione è così ben ripartita e imparziale da rendere assolutamente impossibile distinguere tra vittime e carnefici o vinti e vincitori, il tutto in una magnifica e tormentata rappresentazione che potrebbe essere definita una lucida “tragedia degli equivoci”…
Imperdibile!
Appuntamento alla settimana prossima!