Terry Gilliam rilegge il nostro presente attraverso lo specchio di una distopia grottesca e fascinosa, dove il tema della dipendenza tecnologica incrocia un'indagine di carattere esistenziale.
Nei quasi trent'anni che ci separano dalla meravigliosa avventura di Brazil, la società occidentale ha sviluppato nuove idiosincrasie, nuove nevrosi e nuove forme di oppressione che hanno calamitato lo sguardo di Terry Gilliam, regista perennemente sull'orlo di una crisi di fondi, sempre obbligato a lottare con gli studios per ottenere indipendenza e libertà creativa. The Zero Theorem incarna il suo ritorno a un cinema distopico che plasma mondi e reinventa spazi, allestendo un gioco di specchi con il nostro presente in modo ancora più smaccato rispetto a Brazil: il futuro in cui vive Qohen Leth (Christoph Waltz) - genio del computer incaricato di risolvere il misterioso Teorema Zero, che dovrebbe svelare il senso della vita nell'universo, o più probabilmente la sua mancanza - non è altro che un'esasperazione del mondo contemporaneo, dove la moltiplicazione degli stimoli sensoriali ha raggiunto livelli parossistici, la contestazione sociale viene assorbita dal "sistema" (Occupy Mall Street), e i social network (in questo caso persino sexual network) isolano l'individuo nel suo eremo digitale, al sicuro da ogni contatto fisico con i propri simili.
Insomma, nulla di nuovo se paragonato a un qualunque episodio di Black Mirror, e in particolare all'ottimo 15 Million Merits, ma Gilliam trova la giusta chiave grottesca per dipingere questo futuro allucinato, figlio delle (pre)visioni eccentriche di Ubik e del progressivo deterioramento dei costumi. Colori acidi, abiti dalle fogge improbabili, tecnologie bizzarre e apparentemente ingiustificate: Gilliam, ancora una volta, rilegge la fantascienza in veste satirica, e l'avvolge in un clima delirante che nasconde molti livelli di inquietudine, soprattutto se consideriamo i continui riferimenti alla nostra condizione attuale. È un futuro che si regge sulle macerie del passato (come la splendida cappella sconsacrata in cui abita Qohen, emblema di una fede ormai decaduta), e che ha dimenticato anche i piaceri più semplici: Qohen non assume cibi «che abbiano un sapore percepibile», mentre il giovane Bob - genietto che aiuta il protagonista nel suo lavoro, e lo mette in guardia dal suo ruolo di "strumento" del sistema - è tanto abile con i computer quanto incapace di fronte alle sfide pruriginose dell'altro sesso. Entrambi i personaggi sintetizzano l'alienazione dell'uomo telematico, inesorabilmente frustrato e solitario anche quando è circondato da migliaia di connessioni elettroniche. Il suo senso di smarrimento, seppure trasfigurato nel ridicolo, riflette il nostro presente con dolorosa verosimiglianza: Qohen trascorre la sua vita in attesa di una fantomatica telefonata che probabilmente non arriverà mai, abbandonandosi alla speranza passiva di un intervento esterno (divino?) che dovrebbe costituire la sua salvezza; ma l'unica salvezza possibile, come già in Brazil, è racchiusa entro i confini della propria fantasia, sia essa virtuale o mentale.
The Zero Theorem è un film che oscilla costantemente tra "finito" (i limiti dell'esistenza umana) e "infinito" (il suo senso in relazione all'universo), e naturalmente non può fornire alcuna risposta, ma soltanto sollevare domande. Lo fa con gusto visionario e indubbia capacità immaginativa, dimostrando che Gilliam, dopo anni di film tumultuosi e progetti falliti, ha ancora qualcosa da dire. Certo, il suo sguardo è tuttora ancorata al cyberpunk degli anni Novanta, sia nella visione della realtà virtuale (idea vetusta, almeno in questa concezione) sia nella sua rappresentazione "materica", fatta di tutine appariscenti e cavi neurali coloratissimi, luminosi e ingombranti come le attrezzature di Johnny Mnemonic o Strange Days: ha tutta l'aria di un'operazione di modernariato anni Novanta, ma non è da escludere che si tratti di una scelta espressiva, un mezzo per valorizzare la poetica di un autore forte, debordante, innamorato del suo stesso immaginario, che qui ritorna alle sue radici creative dopo gli interessanti esperimenti di Tideland e Parnassus.
Un film discontinuo, saltuariamente farraginoso, eppure stimolante e immaginifico. Da vedere.
Una curiosità: se il leitmotiv di Brazil era la canzone Aquarela do Brazil, in The Zero Theorem questa funzione è ricoperta da Creep dei Radiohead, reinterpretata da Karen Souza. Scelta alquanto didascalica, ma sensata.