Frank Darabont, ex showrunner di The Walking Dead, è tornato a lavorare per la TV con Mob City.
La serie è un noir di soli sei episodi, ispirati al libro di John Buntin intitolato L.A. Noir: The Struggle for the Soul of America’s Most Seductive City, che narra le vicende del poliziotto Joe Teague mentre dà la caccia al gangster Mickey Cohen.
È la storia di Los Angeles, rivista e immaginata: Darabont ha scoperto l’esistenza del libro di Buntin un giorno, per caso, in aeroporto, attirato dal titolo semplicemente perché conteneva la parola Noir. Lo showrunner ha poi trascorso tutta la prima giornata della sua vacanza a leggere, catturato e affascinato dalla storia.
Da questo turbine di emozioni nasce Mob City: un adattamento molto libero in cui il suo creatore si è concesso il permesso di inventare moltissimo.
In tutta questa invenzione, immaginazione e fantasia, l’elemento noir resta imprescindibile.
Il noir è un genere complesso che, volendo essere estremisti, raggiunge il suo apice cinematografico negli anni Quaranta (allargandoci a coprire anche il decennio successivo) e ora, praticamente, non esiste più. Non a caso, sempre convenzionalmente, tutto ciò che è stato realizzato dopo quel periodo non ha fatto altro che, in qualche modo, rielaborare gli elementi stilistici fondamentali del genere, per cui abbiamo imparato a catalogarlo come neo-noir.
Frank Darabont, dopo aver aver chiuso senza peli sulla lingua il suo rapporto con la AMC, si è diretto verso il network via cavo TNT, senza apparentemente aver portato con sé quello stile e quella freschezza che un’operazione impegnativa come una rivisitazione (e riproposizione) di un genere richiederebbe.
Si inizia con un’opening che dà il titolo allo show, e che si rifà abbastanza spiccatamente a Sin City della coppia Rodriguez-Miller. Ma si tratta purtroppo di un’accorgimento stilistico molto superficiale: meno stile, meno originalità, meno modernità. E non ha nemmeno la forza autoriale necessaria per porsi come un sincero omaggio al genere. A un certo punto Simon Pegg citerà la battuta finale di Piccolo Cesare, uno dei film più importanti dell’epoca: non si tratta quindi di un omaggio, né di una rielaborazione; Mob City non è altro che una pallida riproposizione di schemi visti e rivisti più volte, di stereotipi che hanno fatto la fortuna di un genere ma che, senza essere calati nella modernità, senza essere riletti in un’ottica davvero nuova, non sono interessanti per nessuno.
Questo legame con i capisaldi di genere si traduce in un vago e davvero poco incisivo dialogo tra due epoche costruito attraverso rapidi flashback ambientati negli anni Venti. Questi momenti della storia dovrebbero rappresentare una sorta di prologo alla scalata della malavita al dominio su Los Angeles (qui il riferimento diretto e immediato dovrebbe essere lo Scarface del 1932). I flashback non hanno alcuna valenza narrativa ai fini del racconto principale: presentati quasi senza contesto o senso apparente, resta il solo voice over a permetterci di ricollegare questi momenti al presente della narrazione.
La presentazione dei personaggi di Mob City ripete la classica passerella dei caratteri tipici del genere noir: il poliziotto che è tutto tranne che integerrimo, il boss affascinante e sanguinario, la scalata al potere senza guardare in faccia nessuno, la femme fatale che toglie il fiato. L’unica fonte di interesse è da ricercare nel lavoro del miglior attore nel cast: il sempre adorato Simon Pegg, che catalizza l’attenzione nelle proprie scene, ma che da solo non può certo compiere miracoli.
Per il resto Darabont ha costruito un cast di nomi e volti riconoscibili agli amanti delle serie tv ma, questo è da sottolineare, non si tratta di nomi eccellenti. Direttamente da The Walking Dead tornano Jon Bernthal e Jeffrey DeMunn, mentre in ruoli secondari troviamo Milo Ventimiglia di Heroes e Robert Knepper di Prison Break.
I protagonisti di Mob City, eroi e criminali, non sono costruiti con efficacia e la serie, tentando invece di esplorare e raccontare le sfumature, quelle aree grigie dei caratteri, si perde in un’analisi estremamente superficiale e quindi noiosa.
Per fare un esempio: il Ned interpretato da Milo Ventimiglia è un avvocato che risolve i problemi della malavita e deve quindi lavorare per entrambi i lati della legge. So what?
Darabont ha spiegato che il personaggio è essenziale per ogni piano criminale. Il suo interprete ha rivelato: “È incredibilmente confuso in un modo così complesso che è divertente da seguire mentre si scopre il suo lato più oscuro”.
Se lo show dovesse venire confermato per una seconda stagione, Darabont vorrebbe esplorare maggiormente il personaggio di Ned e parlare del loro passato. Sembra che abbia in mente tantissime cose e potenzialmente la serie potrebbe proseguire per innumerevoli stagioni: viene spontaneo chiedersi perché non abbia osato mettere più carne al fuoco in questo sciapo esordio.
Bocciato quindi questo nuovissimo Mob City, che procede stancamente, ci annoia soprattutto nella seconda parte, e appare totalmente privo di identità, sia essa quella dei molti protagonisti o quella – che è un elemento fondamentale nel genere noir – della città, una Los Angeles pallida e assente.