La storia nella storia. Il racconto dell'eclettismo di un pilastro della moda che nella vita privata si è però distinto per delle bravate adolescenziali. Pierre Bergé aiuterà Yves Saint Laurent a salire sulla cresta dell'onda ed a restarci.
Yves Saint Laurent è un film dalle mille sfaccettature su uomo geniale ed al contempo testardo, isterico, malato, interessato sì alla vita ed a ciò che di più estremo propone ma innamorato di sole due cose al mondo: Pierre Bergé e la moda. D’altronde due celebri citazioni in occasioni del tutto differenti recitano “Io vivo per vestire le donne” e “Pierre Bergé è il mio poeta preferito”, l’una come rifiuto all’arruolamento in esercito e l’altra in un’intervista celere ed esilarante.
Quindi partiamo dal genio: YLS si ritrova catapultato nel mondo di Christian Dior ed è chiamato a sostituirlo all’età di 21 anni ma il suo anticonformismo è eccessivamente scomodo per una “etichetta” così politicamente corretta e classicheggiante. Spesso gli anticonformisti sono zimbelli del loro tempo ed emblemi del nostro, dividendo a conti fatti due enormi fette di pubblico. Il risultato è che, unendole, risulti un’attenzione sul personaggio a tratti epocale. Ciò che YLS ha costruito lo deve a Pierre Bergé, suo compagno di vita, amante, amico, padre severo, assistente e quant’altro. Quando lo stilista è chiamato alle armi ma è fortunatamente (non si direbbe) scampato all’arruolamento per una malattia maniaco-depressiva, Bergé accetta per il resto della vita di prendersi cura di lui, probabilmente pronosticando le sue deplorevoli attività sfrenate quasi a rappresentare una forma di autolesionismo.
Qui subentra il secondo parametro di caratterizzazione dell’uomo e del personaggio Saint Laurent: al di sotto di un genio si nasconde una persona e come persona, fragile, più fragile di molti altri. L’intera sezione centrale del film si focalizza, anche troppo, sui suoi eccessi. La sua ingenuità è talmente innocente e depauperabile da assimilare incondizionatamente gli elementi peggiori dai suoi numerosi viaggi di scoperta, a cominciare dalla droga (dalla quale trasse l’ispirazione per una catena di profumi intitolata “Opium”) fino al sesso. Orge sfrenate, compagni che si susseguono, cocaina ed erba ma Bergé, in silenzio, soffre e manda avanti da solo la baracca preservando un talento incommensurabile.
E dal contatto con le altre culture YLS sperimenta forme di denuncia e sfida comunitaria che innalzeranno il suo marchio verso l’olimpo della moda affiancandolo in Francia allo stesso Dior. Il mondo dell’appariscenza, dello charme, dell’eleganza è spesso relazionato con una classe di esaltati alto-borghesi e raramente ha un impatto sociale rilevante, se non prevalentemente estetico, come una forma soggettiva di esibizionismo al cospetto di individui reputati inferiori. Allo stilista francese forse questo non interessa oppure il film tenta di non farlo notare ma la rivoluzione della figura femminile attraverso del semplice vestiario non ha precedenti. Con lui la donna indossa davvero i pantaloni, veste con lo smoking e di conseguenza lancia un’aspra battaglia a difesa dei suoi diritti e contro il dominio insuperato dell’uomo. In virtù di questo, alla domanda “Quali sono i tuoi eroi?”, YLS risponde “Le mie modelle” ed infatti, il rapporto di stima che lo legò alle sue più grandi ispirazioni per portamento, bellezza e charm lo dimostrano. Victoire (ovvero Jeanne), Betty e Lolou (le più famose modelle e consigliere di Sain Laurent) non sono solo tra coloro che hanno contribuito a peggiorare le condizioni psicofisiche del francese ma anche ad accrescere il suo estro creativo.
Si potrebbe pensare che il difetto del film sia che le sue capacità stilistiche sono secondarie ai suoi problemi mentali, l’intreccio è la rappresentazione della malattia e le sue creazioni compaiono ad inizio e fine film come un eterno ritorno. Ne risente anche il percorso di formazione dello stilista, pur essendo una pellicola ambientata nel ventennio ‘56-‘76, ma effettivamente non capiamo da dove derivi la sua passione e quali siano stati i fattori che hanno contribuito ad enfatizzarla. La strada verso la formazione della sua etichetta è veloce, il suo calvario infinito tanto che riusciamo a sentirlo su noi stessi. E non c’è dubbio che Jalil Lespert, il regista, abbia forse voluto questo ed infatti non cade sicuramente nella ceca idolatria.
Si registrano tuttavia delle ottime interpretazioni, Pierre Niney (YLS) e Guillaume Gallienne (Bergé) sfruttano il bagaglio della Comedie Française ma due approcci differenti ed entrambi sono perfettamente adatti ai ruoli che interpretano. Confrontando l’intervista ad YLS già citata e la sua trasposizione filmica (in una piscina con amici dopo una probabile giornata di delirio), è quasi possibile sovrapporre le due interpretazioni senza notare differenze rilevanti ma percependo comunque non una semplice imitazione ma una bravura del tutto personale. Il secondo adatta egregiamente i suoi connotati al ruolo severo ed al contempo affettuoso di Bergé mentre le modelle di riferimento sono tanto secondarie a livello scenico (ma non estetico) quanto fondamentali al contributo storico.
Per ultimo da segnalare la colonna sonora di Ibrahim Maalouf: delicata, soft, jazz ed impreziosita dall’apporto dello stesso regista che ha obbligato l’inserimento della tromba per favorire l’eleganza senza tralasciare il rock stile ’60 e ’70 in compagnia delle scorribande più altalenanti. L’exploit però non può che essere la voce di Maria Callas che accompagna la “Russian Collection” del 1976 nella lunga e meravigliosa scena finale. Un vero orgasmo sonoro, la riscoperta di una leggiadria che nel corso della visione sembrava persa.
Un film gradevole, che non riscatta il mondo della moda ma solo l’eclettismo di un uomo, con alcune imperfezioni e tanto non detto. D’altronde, secondo Bergé stesso, YLS era felice due volte l’anno, in corrispondenza delle sue sfilate. Lì va colto il fiore precoce e simbolico della sua essenza.