Una donna carica in macchina e seduce tutti gli uomini che incontra sulla sua strada. Non appena questi la seguono nella sua dimora, cadono in un mare nero e viscoso. Il suo copione regge finché non incontra un camionista nella foresta.
Cosa c’è sotto la sua pelle? “Sei attraente, fantastica” le dicono tutti gli uomini che finiscono in macchina con lei, ignari di quello che le Parche hanno in serbo per loro e accecati dalla voluttà che quella donna emana. Sembra che ci sia solo una smania di possesso che però si esaurisce nel processo, e non nel godimento della preda; un’azione reiterata che arriva al confine con la noia, evitata da qualche dettaglio apparentemente incomprensibile ma intrigante, che non trova spiegazione se non nell’ultima scena.
Under the skin, dunque, gioca sul discrimine tra intrigo e fastidio, necessità di qualche spiegazione in più: sarebbe interessante capire come l’autore del libro da cui è tratto il film, scritto da Michel Faber, gestisce la narrazione. Glazer, dal canto suo, si concentra sull’universo visivo e sull’imperscrutabilità della protagonista, quasi frigida e senza nome, interpretata da Scarlett Johansson. Le sue labbra vermiglie sono l’unico colore acceso in una coltre di tonalità poco sature, che ben restituiscono l’immaginario delle coste scozzesi e degli agglomerati di case tutte uguali, in mezzo a una campagna anonima. Il suo corpo, alternativamente nudo e vestito, è il tramite tra un mondo ordinario e un altro, di cui non sappiamo mai abbastanza: ed è qui che la storia avrebbe potuto giocare meglio le sue carte, lasciando intuire non solo che qualcosa c’è, oltre quell’abisso nero e denso, ma lasciando immaginare, presagire cos’è, fosse anche solo un Mcguffin. Per evitare, appunto, di sovraccaricare il finale con una rivelazione sì inaspettata, che costringe a rivivere tutto e magari rivalutare qualcosa, ma che poteva rimanere ancora più memorabile se fosse stata seminata con più cura, più frequenza.
Inquietante, invece, la gestione del tema musicale che prepara le scene in cui annegano tutti quegli uomini, metaforiche – e più realistiche di quanto non possano sembrare, a posteriori. Pare quindi che il regista abbia volutamente omesso alcuni dettagli nell’adattamento del romanzo: non aver sopperito a queste mancanze, però, toglie alla storia un po’ di complessità e solidità, confinandola nell’iperuranio dei “Si, è un film interessante, ma…”.