La crescente nazione delle scimmie guidata da Caesar è minacciata da una banda di umani sopravvissuti al devastante virus diffuso dieci anni prima. Raggiunta una fragile pace, essa sarà molto breve, ed entrambe le parti si troveranno sul’orlo di una guerra che deciderà quale sarà la specie dominante sulla Terra.
Nasce e muore negli occhi. Intimidisce leggermente, quel primissimo piano con sguardo in macchina, posizionato astutamente nei punti-cardine dei primi due film e teso a sottolineare l’essenza profonda dell’adattamento di Rick Jaffa e Amanda Silver: la vita nei suoi caratteri elementari e primordiali. E’ una delle (tante) scelte felici di questo secondo capitolo del reboot, firmato 20th Century Fox, della famosa pentalogia cinematografica che a cavallo tra anni ’60 e ’70 riscosse un notevole successo di pubblico nella sua trasposizione dal noto romanzo distopico di Pierre Boulle (uno scrittore non estraneo al cinema, suo è anche il romanzo Il ponte sul fiume Kwai).
Nel 2011 rinasce così Il pianeta delle scimmie: dopo il successo del romanzo e di una serie di ben cinque film risalenti a quarant’anni fa, la missione appariva tutta in salita. Si aggiunge al “referto” un sesto film nel 2001, remake di Tim Burton del primo film datato ’68, che non conobbe il successo sperato e infranse la speranza di riavviare la serie. Eppure, dopo soli dieci anni, una serie di professionisti determinati ha un’illuminazione: presa la sostanza alla base del best-seller di Boulle, spazzato via quasi tutto il resto, l’idea del romanzo viene data in pasto a una massiccia riscrittura. Che produce gli effetti sperati: già il primo film, Rise of the planet of the apes, aveva dato gli effetti sperati, con incassi che quintuplicarono il budget investito. La prima, straordinaria decisione fu di eliminare il pianeta alieno e l’ambientazione esotica attempata per tornare sulla terra, nell’odierna San Francisco. Tra botte di star system (James Franco e Freida Pinto sulla torta nuziale), primati credibili ottenuti in computer graphics e una narrazione che tocca le corde fondamentali del dramma filosofico (la vita e l’intelligenza, il predominio sociale, il business farmaceutico, l’amore filiale), il film di Rupert Wyatt rilanciò alla grande la serie. Ma con questo nuovo capitolo, Apes Revolution, la nuova narrazione arriva alla maturità: cambio in regia, Matt Reeves al timone (scuola J. J. Abrams) e il navigato Mark Bomback che unisce la sua penna ai già affiatati Jaffa e Silver.
Le sporadiche atmosfere ottimistiche e allegre del primo film hanno lasciato posto a una landa di desolazione: la tribù delle scimmie (con gli scimpanzé alla testa) si è evoluta e moltiplicata nella foreste delle sequoie, mentre al di là del Golden Gate, in una San Francisco decadente, una frazione di superstiti resta rinchiusa in un villaggio improvvisato all’interno di quello che un tempo doveva essere un business district. Se il capitolo precede era l’ascesa, questa è l’alba, la rivoluzione, la lotta per la sopravvivenza: gli esseri umani che si scontrano inevitabilmente coi primati per cercare di riattivare la centrale idroelettrica nelle loro vicinanze, e i giochi di potere, i pregiudizi e i cortocircuiti sociali che rodono ai fianchi entrambe le parti, tanto le scimmie quanto gli uomini.
Sarà guerra, allora: l’inevitabile fascino della metropoli in rovina sembra come l’impero romano alla sua decadenza, con un riferimento che, insieme storico, politico e shakespeariano, torna nel protagonista Cesare, leader della tribù delle scimmie, egregiamente portato in vita dall’interpretazione di un veterano come Andy Serkis, ricordato dai più come Gollum di Lord of the Rings, ma che ha già assunto fattezze scimmiesche per il King Kong di Peter Jackson. Ed è proprio dagli occhi di Cesare che si apre il primo film e si chiude il secondo: quel primissimo piano che ci pone faccia a faccia con la vita e che, stretto sugli occhi, non conosce più differenza rispetto all’essere umano. Gli occhi di Cesare ci dicono più delle parole che impara: ci trasmettono la certezza di un’intelligenza e di una vita di pari valore, che pure scaturisce inevitabili conflitti. E il suo sguardo apre e chiude i due film, segnando una circolarità esistenziale rimarcata anche dai titoli, quel Rise d’ascesa nel primo film, ora trasformato in Dawn, l’alba del pianeta delle scimmie, in una parabola di vita circolare e immutabile.
Ma il vero merito di film è di non cadere nel tranello del distopico totale, nella moda di mettere in croce l’uomo come colpevole ultimo di ogni azione: l’intuizione è stata di mostrare i giochi di potere e la confusione anche fra gli scimpanzé, con colpi di mano e rudimenti di propaganda. Un’ulteriore dimostrazione di una sceneggiatura che va a toccare temi universali relativi alla vita e all’interazione sociale. Se non dovesse bastare un film tanto acuto e profondo, ci penseranno i tocchi delle sue maestranze: la soundtrack suggestiva di Michael Giacchino, la fotografia cupa di Michael Seresin, gli straordinari primati realizzati dalla neozelandese Weta Digital e una scena già cult: l’epico duello su un incompleto grattacielo in centro a San Fran, opera del production designer James Chinlund, che ammicca e forse supera l’icona dell’Empire State Building newyorchese scalato da King Kong. In soldoni: una promozione con lode per questo secondo capitolo, in attesa del terzo. Un’attesa che, temiamo, sarà troppo lunga per la nostra frenesia.