Un agglomerato di uragani sta per abbattersi su Silverton, in Oklahoma. Un gruppo di cacciatori di tempeste, il vicepreside di una scuola e suo figlio minore sfidano la tempesta per cercare il figlio maggiore, di cui hanno perso le tracce.
Come giudicare un film in cui gli attori, per tre quarti del tempo, esclamano “Tieni duro! Ce la faremo!” oppure sono costretti a urlare per la paura o solo per udirsi a vicenda sopra il rumore della tempesta? E per il quarto restante confessano tutti i loro rimpianti sperando che una morte non troppo violenta permetta loro di salire in cielo, metaforicamene e non trascinati dall’uragano? Perché, meglio chiarirlo subito, Into the Storm è questo. Un trionfo degli effetti speciali, del compositing, in alcuni momenti straordinariamente realistici e inquietanti, ma il rovescio della medaglia è una storia – ed è quella che deve avere la precedenza – trascurata e banale, come se fosse la trascrizione frettolosa di un episodio di una serie TV per adolescenti, dove i buoni sentimenti e il "volemose bene" ingurgitano tutto, anche quei pochi momenti in cui la pellicola poteva trasformarsi in un buon film. Procediamo con ordine: la più grande combinazione di uragani mai rilevata ha deciso di distruggere gli Stati Uniti d’America, nel giorno in cui gli studenti di un liceo riceveranno i loro diplomi.
Il protagonista e suo fratello, anch’essi studenti e figli del vicepreside dell’istituto, devono occuparsi di due cose: filmare la cerimonia di consegna e registrare delle brevi interviste dove ciascun ragazzo lascerà un messaggio al se stesso del futuro, esattamente di 25 anni dopo. Ma c’è un imprevisto: il fratello maggiore, che da quando ha perso la madre (o forse anche da prima) non sopporta suo padre ma ne è succube un bel po’, diserta: vuole aiutare la ragazza di cui è segretamente innamorato a girare un altro video, un compito di fine corso – una coincidenza à la Final Destination, che suona forzata anche se compare nei primi 15-20 minuti di proiezione – che si è autodistrutto sul suo Mac. Oggetto, probabilmente, di un product placement che in Dexter appariva leggermente più discreto. Poco lontano da tutto ciò, un gruppo di cacciatori di tempeste piagnucola e litiga perché ha appena mancato una catastrofe naturale che avrebbe fruttato un gruzzolo notevole. Ma quei ragazzi non immaginano cosa stia per succedere, di lì a poco.
Le tre linee narrative in gioco, dunque, godrebbero anche di una discreta alternanza e della tensione emotiva che ne consegue, se non avessimo abbastanza esperienza di film sulle catastrofi naturali imbevuti di retorica “invincibilista” a stelle e strisce: quando muore qualcuno, è spesso uno che ci si poteva permettere di trascurare senza un grande rimorso (si legga investimento emotivo e narrativo). Un po’ come quando, scoperti i piccoli problemi col fisco dell’ex ministro Josefa Idem, nessun membro del governo si affrettò a difenderla o a rimandarne all’infinito le dimissioni. E mai sapremo se l’onestà abbia prevalso sul fatto che quel tassello del mosaico era sacrificabile senza conseguenze, anche se un’idea ce la siamo fatta. Ma allora, domanda forse ingenua, dov’è la privazione che ogni sacrificio degno della sua definizione reca in sé? Lo si potrebbe ribattezzare “semplice sostituzione”. Arresto e sostituzione: sparisce qualcuno e compare qualcun altro senza che quasi ce ne accorgiamo, come il trucco che valse a Mélies la sua enorme ed effimera fortuna agli albori del secolo scorso.
Quelle stesse tre linee narrative, dunque, sono annacquate, e dispiace perché si poteva renderne almeno una più crudele, salvando almeno la capra – un po’ di proteine, di sostanza in più – e pazienza per i cavoli. C’è il capo dei cacciatori, infatti, che è più preoccupato dello scoop del secolo che dell’incolumità dei suoi colleghi. Arriva persino ad assoldare un ragazzino (il fratello del playboy timido di cui sopra) per aggiungere un tocco di amatorialità al suo film della tempesta. Bene, si dirà, e invece no, perché non appena muore uno dei suoi compagni che aveva strigliato poco prima per la sua legittima paura di morire, tutti giù a dire “è colpa mia! Ma no è colpa mia!”. Da un potenziale conflitto reale, pepato, si scivola nella retorica del lamentarsi un attimo, sperando che Dio ci dia la forza di ricominciare. Sempre lui in ballo, quando c’è da assegnare un merito o un demerito alla bontà o alla crudeltà dell’essere umano. E che il Dio-compositing, allora, faccia dimenticare la debolezza della sceneggiatura, uscita piuttosto malconcia dal confronto con la forza bruta della natura.