Eric Lomax è un reduce inglese della Seconda Guerra Mondiale, fatto prigioniero dai giapponesi e costretto a lavorare in semi schiavitù per costruire la ferrovia che avrebbe collegato Bangkok a Rangoon. A distanza di molti anni conduce una vita triste e solitaria finché non incontra la dolce Patti, che diventerà ben presto sua moglie. Il passato però non ha chiuso con lui.
Il passato che ci perseguita e la verità che ci libera
Le due vie del destino prende le mosse dalla storia vera di Eric Lomax, un ex soldato britannico che ha vissuto sulla propria pelle il dramma della Seconda Guerra Mondiale venendo internato dai giapponesi e costretto a lavorare in condizioni disumane alla costruzione di una ferrovia in mezzo alla giungla.
Potenzialmente, il best-seller scritto dallo stesso Lomax, morto solo pochi anni fa, potrebbe offrire da solo materia narrativa degna del miglior film storico biografico a cui si possa pensare e che ultimamente, spesso e volentieri, capita di vedere su grande schermo. Purtroppo Le due vie del destino sceglie un andamento, dal punto di vista registico, molto classico senza nessun guizzo degno di nota e in cui lo sviluppo dei personaggi e la trama sono piuttosto prevedibili.
I richiami a due capostipiti del genere sono immediatamente evidenti: Il ponte sul fiume Kwai e il più crudo Furyo di Nagisa Oshima senza però arrivare in profondità. Non che il film di Jonathan Teplitzky (Burning Man) sia completamente deludente. Rimane infatti molto apprezzabile l’interpretazione di Colin Firth, impegnato nel tentativo di dare anima e spessore a un Eric Lomax profondamente tormentato da quanto accaduto in gioventù.
Il film infatti si divide su due fronti: il presente con Lomax che, dopo anni di solitudine e spaesamento, pare trovare inaspettatamente la felicità tra le braccia della dolce Patti (Nicole Kidman non in uno dei suoi ruoli più memorabili) e le allucinazioni e i flashback sulla prigionia che infestano sonno e veglia di Lomax, tanta da spingerlo a tornare sui luoghi da cui ragazzo aveva disperatamente sperato di fuggire e che ritroverà quasi tali e quali in un viaggio destinato a cambiargli la vita.
Quello di Lomax è quindi un percorso non solo nella sua torbida memoria, ma anche nella Storia con la maiuscola e in un recesso di essa che spesso viene tralasciato dai libri di scuola. Su questo aspetto dunque, nell’aprire uno squarcio su una pagina buia del passato e nella minuziosa ricostruzione delle condizioni di detenzione e degli eventi, Le due vie del destino merita un encomio, perché solo così molti spettatori sapranno quanto fosse spietato il regime giapponese nei confronti dei soldati avversari doppiamente colpevoli, ai loro occhi, per non aver deciso, nella sconfitta, per un onorevole suicidio.
Questo però è anche uno dei “talloni d’Achille” di questo lungometraggio che parla di onore, vero coraggio e della forza del perdono, intimo e sincero. Non c’è infatti grande approfondimento dei terribili aguzzini giapponesi, se non, in ultimo, del carnefice di Lomax interpretato da un convincente Hiroyuki Sanada (47 Ronin) in alcune delle scene più intense del film.
Come dicevamo non si tratta di un film da evitare, ma di una pellicola che non rimarrà certo nella storia. Se avete lo stomaco debole forse dovreste pensarci su prima della visione perché le scene di tortura sono molto forti. Per i fan di Colin Firth invece è l’occasione per aggiungere un altro tassello al poliedrico numero di performance cui ci ha abituato questo brillante attore.