In un futuro prossimo non precisato la Terra si sta avvicinando alla sua fine: tempeste di sabbia e carestie hanno colpito l’intera popolazione, che sta oramai per estinguersi. Cooper , un ex pilota della NASA, è adesso un agricoltore, costretto dalle necessità di sopravvivenza a questo ruolo: nella sua vita, però, ha sempre pilotato razzi spaziali, con gli occhi rivolti verso il cielo. L’amore per la sua famiglia, il bisogno di dare loro un futuro, lo porterà nuovamente a pilotare un razzo spaziale, verso una nuova galassia, attraversando un wormhole, una curvatura dello spaziotempo: per cercare un mondo dove poter ricominciare la vita da zero. La fine del mondo non sarà la nostra fine.
Christopher Nolan torna al cinema dopo due anni da Il cavaliere oscuro - Il ritorno e lo fa con un’opera originale che trae spunto da un trattato di Kip Thorne, un fisico della Caltech impegnato nello studio della fisica gravitazionale. Con la sceneggiatura firmata da Jonathan Nolan, suo fratello, Interstellar rappresenta la prima pellicola sci-fi del regista londinese, per un viaggio interstellare oltre i confini conosciuti della nostra galassia, che ritrova nell’amore e nella famiglia il proprio perno. Elementi che condizionano una sceneggiatura che non vuole arrivare agli intrecci propri di Memento o di Inception, né lasciare dei buchi che possano dare vita a teorie e domande e dietrologie (nessuna trottola da far girare, quest’anno): eppure anche stavolta la scelta narrativa riesce a metterci dinanzi all’ennesimo intreccio, bucando le teorie della relatività generale, dell’impossibilità di andare a ritroso nel tempo, di cambiare il passato, di sfruttare la quinta dimensione e raffigurare il tempo come una montagna: scalarla significa tornare indietro. Cooper è figlio delle sue stesse decisioni, prese nel futuro e inviate nel passato, per l’ossessione di un sentimento, l’amore di un padre verso la figlia.
Interstellar ha una durata consona alle opere di Nolan: supera le due ore e mezza, ma la vicenda è così ben narrata, rappresentata, che non stanca mai, salvo nel caso in cui non siate riusciti a cogliere la filosofia nascosta dietro il messaggio proposto dal regista. I tempi sono perfettamente scanditi e non c’è mai un rallentamento. È una perfetta ode all’istinto di sopravvivenza, che verrà messo più volte in discussione, soprattutto nella dicotomia che vedrà la propria sopravvivenza contrapposta a quella del resto dell’umanità, oramai prossima all’estinzione. La scelta registica del cercare sempre il contatto con Cooper, col protagonista, di seguirlo, di tallonarlo con la camera a mano e di non realizzare dei totali sulle scene - comunque presenti per esaltare la bellezza delle realizzazioni scenografiche - rappresenta un punto focale dell’opera di Nolan: si cerca l’introspezione, le lacrime in primo piano sul volto di McConaughey, l’emotività di un pilota strappato dalla propria famiglia e spedito in un viaggio nell’oblio. La forza che “omnia vincit”.
È nel lavoro tecnico, negli effetti speciali, che la troupe di Nolan continua a esaltarsi e a donare un colpo d’occhio incredibilmente reale, soprattutto nella rappresentazione dello spazio, della nostra galassia e della nuova. Se Alfonso Cuaron con Gravity aveva riproposto un’esperienza tangibile, Nolan va oltre, tanto per le scelte sonore che per quelle visive: le riprese della zona antistante la navicella che ospita Cooper e gli altri sono completamente senza audio, con un silenzio che opprime i timpani e fa da contraltare ai rumori dei reattori spaziali che il cinema ci ha insegnato a conoscere. Lo stile è quasi documentaristico, nell’attraccaggio dei moduli spaziali, nella vita all’interno della navicella, nel riprodurre la bellezza dell’universo, del buco nero, del wormhole, con immagini in widescreen e riprese con telecamera IMAX. Un lavoro immenso. Una riproposizione dello spazio che non esula le leggi della fisica, le rispetta e le condivide, ma offre una visione più populista di quello che si trova al di là dell’atmosfera, per permettere allo spettatore di fare la conoscenza con aspetti a noi estranei: Nolan non è venuto a insegnarci la fisica, è venuto a mostrarcela. Per farci poi capire che l’amore può spezzarla.
Interstellar a oggi è una delle esperienza cinematografiche più complete con le quali possiamo confrontarci e delle quali possiamo godere. La fantascienza, lo sci-fi, raggiunge un livello più elevato, superiore, trascende dal suo dettame spaziale e offre una visione terrena del sentimento umano trasportata nell’immensità dell’universo, delle galassie. L’amore è una forza ancora più grande della gravità, e non c’è scienza che possa spiegarla.