Katniss Everdeen si trova ora nel Distretto 13 dopo aver annientato i giochi per sempre. Sotto la guida della Presidente Coin e i consigli dei suoi fidati amici, Katniss spiega le sue ali in una battaglia per salvare Peeta e un intero Paese incoraggiato dalla sua forza.
In principio fu Harry Potter. Dopo aver visto crescere una generazione di giovani attori (Daniel Radcliffe ed Emma Watson su tutti) e dopo aver cresciuto, a propria volta, generazioni di fan – delle età più disparate – arrivati al settimo capitolo la Warner Bros ebbe l’allora “originale” idea di sdoppiare l’ultimo libro in due film per rendere il distacco meno traumatico – e anche per incassare il doppio al botteghino.
Da quel momento, altre saghe di successo hanno copiato la stessa idea: vedi la Twilight Saga con Breaking Dawn. Per non parlare poi de Lo Hobbit di Peter Jackson che da un unico volume ha avuto la triste idea di trarre tre polpettoni – nell’illusione, probabilmente, di replicare il successo del meraviglioso Il Signore degli Anelli.
Ovviamente, dopo il successo dei primi due episodi, nemmeno Hunger Games poteva lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta, decidendo di dividere l’ultimo capitolo in due film. Il problema della saga della scrittrice Suzanne Collins è che – parlando proprio dei libri – è che dopo il primo pregiatissimo capitolo, gli altri due hanno una vaga parvenza di noia che, essendo i film molto fedeli all’opera letteraria, ha inevitabilmente condizionato anche l’andamento dell’adattamento cinematografico.
Hunger Games non è semplicemente un Blockbuster. E’ un prodotto decisamente interessante – come potrebbe essere anche Divergent se avesse a sua volta una Jennifer Lawrence per protagonista. La saga che vede per protagonista Katniss ha il merito di raccontare una distopia dal punto di vista dei teen ager. Le tematiche son le più disparate: dalla massificazione dei mezzi di comunicazione, alla suprema lotta tra bene e male, dal possibile triangolo amoroso al potente mezzo propagandistico. Il che, probabilmente, non è nemmeno un granché originale ma è riuscito a colpire e a coinvolgere – in maniera intelligente – una miriade di adolescenti che si riconoscono nel personaggio di Katniss e come lei sentono la necessità di una rivoluzione. E probabilmente il merito è anche e soprattutto di Jennifer Lawrence che è un po’ l’apoteosi della normalità – e proprio in questo è facilitata l’identificazione con lei e col suo personaggio – ma riesce a bucare lo schermo con la sua straordinaria espressività.
Già Hunger Games – La ragazza di fuoco aveva le sue pecche, tutto sommato facilmente surclassabili considerando la qualità visiva – decisamente superiore rispetto al primo capitolo. Ma questo Hunger Games – Il canto della rivolta, parte I subisce un drastico stacco rispetto ai precedenti. La storia riprende lì dove l’avevamo lasciata, con Katniss che si risveglia nel Distretto 13, sede dei ribelli, guidati dal presidente Coin – interpretata da Jullianne Moore. Dalla loro i ribelli hanno il brillante esperto di comunicazione, Plutarch (il compianto Philiph Seymour Hoffman) che propone proprio Katniss come simbolo della ribellione per guidare i 12 distretti di Panem contro il tirannico Presidente Snow.
Come già la storia suggerisce, il tutto è castrato, il film implode, la tensione è smorzata a favore piuttosto del palese tentativo di tirare per le lunghe probabilmente quello che è anche il libro più noioso degli Hunger Games – nonostante poi sia quello dai risvolti più “adulti” e determinanti sociologicamente parlando.
Se si fosse optato per un unico ultimo capitolo, probabilmente Hunger Games sarebbe potuta essere una saga Blockbuster quasi perfetta.