La storia vera e incredibile di Walter Keane, che riuscì a raggiungere grande successo grazie ai suoi quadri raffiguranti bambini dagli occhi grandi. Ma che erano stati tutti dipinti, in realtà, da sua moglie Margaret.
Dopo una “pausa di riflessione” durata quasi dieci anni, Tim Burton torna finalmente a fare Tim Burton, confezionando un interessante biopic a basso costo, dedicato ad un’artista semi-sconosciuta ai più, ma con una curiosa, quanto avvincente, storia alle spalle. Nessun vezzo tecnologico, nessun eccesso artistico sopra le righe. Puro e semplice racconto, in cui - per l’occasione - Burton rispolvera l’interessante sodalizio con Scott Alexander e Larry Karaszewski (già autori di un piccolo grande capolavoro come Ed Wood), che forgiano e caricano di carattere i due personaggi principali, Margaret Keane (Amy Adams) e Walter Keane (Christoph Waltz), con straordinaria cura e dovizia di particolari. Se è indubbio che la forza di Big Eyes sia insita nella particolare (quanto incredibile) storia vera che racconta, supportata dall’interessante interpretazione dei suoi attori principali (un Waltz eccezionale, che si affianca ad un’altrettanto brillante Adams), ciò che in realtà affascina del nuovo lavoro di Burton è il sottotesto di cui è intrisa la pellicola. Una riflessione profonda, quella sulla mercificazione dell’arte che cita persino Warhol, da cui neanche lo stesso Burton, soprattutto negli ultimi dieci anni, ha potuto esimersi, sottostando alle “regole del mercato” e delle svariate multinazionali cinematografiche che hanno finanziato (ma al tempo stesso, snaturato) molti dei suoi ultimi film.
Attraverso la figura di Margaret e dei suoi iconici “bambini dagli occhi grandi”, il regista californiano sembra raccontare, in realtà, la parabola discendente del suo ultimo cinema. Proprio come Margaret e i suoi primi dipinti, Burton ha costruito negli anni un proprio preciso canone artistico con cui ha cesellato la sua filmografia (fatta di freak, storie e mondi straordinari), ha imposto un tratto distintivo all’interno del suo cinema tale da permettergli un posto di diritto tra i registi contemporanei più innovativi, il cui punto più alto è stato raggiunto con Big Fish, emblema e summa dei temi a lui più cari. Nel punto massimo del suo successo, proprio come accade a Margaret, il suo lavoro gli è stato sottratto in modo brutale dalle mani, da parte di un settore avido - come quello cinematografico, qui rappresentato dal personaggio di Walter - che ha deciso di appropriarsi in modo indebito del suo operato per farne merce e merchandising da rivendere ad un pubblico sempre più vasto. Ed è proprio quando si concretizza il rischio di far perdere all’arte il suo valore totale, che Margaret/Burton decide di rifuggire da quell’universo artistico che ha creato con le proprie mani, ma divenuto vittima degli eventi, e trovare una via di scampo in altre opere più piccole (ma nuovamente personali). Big Eyes rappresenta per Burton la medesima via di fuga che la stessa Keane ha cercato (e poi trovato) in un nuovo stile artistico con cui decide di confezionare le proprie opere, rifuggendo da un mondo che non le appartiene più perché oramai contaminato dall’avidità altrui.
Personalissimo e costruito su sottili ma deliziose metafore - ma anche caratterizzato da due interpretazioni assolutamente di grande qualità - Big Eyes è un gradito ritorno di Tim Burton ad un cinema decisamente più autoriale, che prende le dovute distanze dagli eccessi e dai blockbusteroni pacchiani e kitsch (da Alice in Wonderland a Sweeney Todd, passando per La fabbrica di cioccolato) a cui la sua recente cinematografia ci ha abituato. Un nuovo punto di partenza, ma anche un cambio di ritmo e di stile da lungo atteso, che ci fa ben sperare per il futuro del cinema burtoniano. Quello vero e che abbiamo sempre amato.