Alice Howland è una rinomata linguista il cui lavoro è rispettato in tutte le università degli Stati Uniti. Un giorno si accorge che la sua memoria non è più quella di una volta e che poco alla volta inizia a dimenticare le parole. Inquieta, si reca da uno specialista per un controllo. Una rivelazione devastante si abbatte su di lei.
Esistono film, oggi, del tutto incapaci di riflettere sul concetto di tempo. Tempo della vita, tempo della noia, tempo della malattia. Le sfumature si perdono nei contorni di sceneggiature indecise o pretenziose, di racconti imprecisi, di operazioni programmatiche. Parlare di tempo equivale a parlare di contemporaneità: nel bene o nel male, in fondo, sappiamo che esiste.
Tempo è memoria. Tempo e memoria sono malattie. Lo sa – senza immotivati piegamenti in direzione al pietismo, o all’indulgenza – chi è affetto da una malattia tremenda e svuotante quale quella di Alzheimer. Uno specchio riflesso verso il progressivo deterioramento di mente, cultura e proprietà. Lo sa anche la protagonista di Still Alice, adattamento cinematografico del romanzo Perdersi (di Lisa Genova, pubblicato in Italia da Piemme), che a cinquant’anni si ritrova affetta dal morbo, trasmissibile peraltro alla prole generata insieme al fidato marito.
Tempo è polvere, e ricordi. I ricordi di una donna che, nel film diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, si smantellano sistematicamente nelle dignitose e raffinate maniere di una Julianne Moore giustamente in predicato per l’Oscar. Alice allo specchio, Alice linguista computazionale e amante della comunicazione, Alice che ripone poco a poco tutto quello che sa in un cassetto che non potrà più rassettare. Alice allo sfacelo, che tuttavia è still, ancora combattiva, ancora in lacrime, ancora presente.
Che Still Alice sia imperfetto non è un mistero. Gli snodi della seconda parte si allungano più del dovuto, e alcuni espedienti – come il flashback in super8, che ritorna più volte e che andrebbe bandito come nocivo in qualsiasi compendio di sceneggiatura che si rispetti – rosicchiano le cinghie. Il film, che i due registi si impegnano anche a sceneggiare, ha il merito di svelare con graduale consapevolezza le tappe biologiche e filosofiche del corso della malattia, curiosamente pedinato dal punto di vista del personaggio principale.
Quello dell’opera in questione non è cinema che aggiunge qualcosa di fondamentale, sia chiaro. Che però si racconti il tempo della distruzione in maniera sistematica, mainstream e al contempo secca e inevitabile, in effetti, è elemento degno di più d’una lode. Non sperticata, magari. Quelle, semmai, vanno a Julianne Moore, che riconferma il talento straordinario cui ci ha abituato da tanti, piacevoli anni in cui l’abbiamo vista maturare sullo schermo. È lei che regge l’intero film sulle sue spalle, e con incredibile forza. Le fanno eco comprimari di lusso e funzionali: Alec Baldwin, Kristen Stewart e Kate Bosworth. Moore sovrasta tutti; anche loro, tuttavia, si dispongono ordinatamente, coinvolti in quello che in fondo è un canto di silenzio, e scomposizione.