«...Because if we can't protect the Earth, you can be damn sure we'll avenge it.»
Il cubo cosmico, o Tesseract, è ormai nelle mani dello S.H.I.E.L.D., che lo sta studiando per future applicazioni civili sotto la supervisione di Nick Fury. Ma la sua attivazione improvvisa provoca la comparsa di Loki, precedentemente creduto morto; in realtà, Loki ha vagato attraverso lo spazio, e ha stretto un patto con gli alieni Chitauri per aprire un portale interdimensionale, prendere possesso della Terra e consegnare loro il Tesseract.
Fuggito con il cubo cosmico, Loki è in evidente vantaggio. A Fury non resta che rivolgersi a Tony Stark, Steve Rogers e Bruce Banner per seguire la traccia di radiazione gamma emessa dal cubo, e fermare Loki prima che scateni un cataclisma. Ma Loki ha un piano, e nemmeno l'intervento del suo fratellastro Thor sembra fermarlo...
Avengers assemble!
Quattro anni, cinque film e sei supereroi per giungere a questo, un rendez-vous cinematografico che inizialmente sembrava una causa persa, proprio come il film sulla Justice Leauge of America - il supergruppo della rivale DC Comics - che George Miller tentò di mettere in piedi nel 2008. Ma c'è una differenza sostanziale fra i Marvel Studios e la Warner/DC, un particolare non indifferente: i Marvel Studios hanno un piano. E hanno un regista che si chiama Joss Whedon.
L'idea in sé era rischiosa, ambiziosa e stimolante. Il successo dei fumetti Marvel non affonda le radici solo nella formula, ormai nota e ampiamente imitata, dei "supereroi con superproblemi", o nel maggior legame che intercorre fra questi personaggi e la realtà dei lettori (città vere e non fittizie, contesti socio-politici figli del nostro quotidiano, e così via); c'è infatti un ulteriore concetto da tenere presente, quello della continuity narrativa: i supereroi Marvel vivono le loro avventure all'interno di un universo condiviso, con le sue leggi e i suoi rapporti di forza, dove gli eventi sono concatenati e possono sortire il loro effetto anche oltre la sfera di un singolo personaggio. Ecco, dunque, l'idea rischiosa. Prelevare questo concetto dai fumetti e immetterlo nella dimensione produttiva - ben più onerosa ed esposta - del cinema mainstream, tessendo un filo logico che attraversa con coerenza ogni film sino al grande cross-over, The Avengers per l'appunto. Ed è qui, nella fase più "delicata", che la Marvel ha l'intuizione giusta: affidare a Joss Whedon non solo la regia (nonostante la sua esperienza cinematografica fosse limitata a Serenity) ma anche la sceneggiatura, concedendogli la libertà di modificare il soggetto di Zak Penn e di basare l'intero film sull'idea di "conflitto", un conflitto che in prima istanza si svolge fra gli stessi Vendicatori. «Questi personaggi non dovrebbero stare insieme» dice Whedon, e ha ragione: le loro personalità sono troppo diverse, troppo egocentriche per convivere. Ma il regista gioca d'equilibrio, e riesce a trovare a ognuno il giusto spazio, il giusto ruolo, costruendo una meccanica interpersonale dai tratti impeccabili, che spiana la strada a scontri verbali intelligenti e mai scontati. Il fatto che questi supereroi abbiano un passato, percepibile dagli spettatori grazie ai film precedenti, è fondamentale; la narrativa insegna infatti che il modo migliore per caratterizzare un personaggio è proprio assegnandogli un passato, poiché esso ne forgia la personalità. Ogni Vendicatore "vive" la storia attraverso le sue motivazioni, imponendosi come un carattere ben delineato, sensato e coerente con il suo modus agendi. Ma il discorso vale anche per Loki: antagonista per nulla banale, mosso da scopi utopistici, che nasconde una grande frustrazione e una spiccata fragilità di fondo, sfumata di malinconia.
Se quindi Whedon è attento a bilanciare l'adeguata quantità di screen time per tutto il cast (e per tutti i supereroi coinvolti), altrettanto accurata, e per certi versi amorevole, è l'attenzione che riserva ai desideri dei fan. The Avengers è costellato di momenti irresistibili, scene esaltanti che faranno la gioia di ogni appassionato - ma anche di un generico simpatizzante - fino alla spettacolare battaglia semiapocalittica fra le strade di New York, che ai lettori ricorderà le scene di svariati cross-over fumettistici (lo scontro finale di Secret Invasion, giusto per fare un esempio). Se ne ricava un sano piacere naif: quello di vedere un gruppo così eterogeneo, seppure accomunato dalla natura extra-ordinaria dei singoli componenti, riunito nella stessa produzione e talvolta nella stessa inquadratura, impegnato nella ricerca di uno scopo comune.
Whedon però non è solo un fanboy pieno di passione, abile a intercettare i gusti degli altri fan; è soprattutto un dialoghista brillante che sa vivacizzare la scena con battute ricche d'ironia, e un esperto narratore in grado di gestire sia i ritmi del racconto sia la commistione di registri anche molto diversi, drammatico, umoristico e avventuroso. L'intreccio, edificato secondo un modello a progressione crescente, poiché ogni fase del racconto svela un nuovo dettaglio del disegno generale, sfocia in uno scontro conclusivo che porta a compimento il percorso dei personaggi: da «creature smarrite» - come li definisce Loki - o «emarginati» - secondo la definizione di Nick Fury - essi mutano in qualcos'altro, assumono uno status "superomistico" di carattere non più solo fisico, ma anche morale, guadagnando fiducia nella mente delle persone che hanno protetto. Insomma, divengono icone. Esattamente lo stesso ruolo che svolgono nel nostro immaginario collettivo, di cui Joss Whedon è un perenne e raffinato indagatore.
Ne risulta il miglior film prodotto dai Marvel Studios (e anche il primo che appartiene in gran parte al suo regista), nonché uno dei migliori cinecomic supereroistici in assoluto, vertice - e insieme nuovo inizio - di un'operazione cinematografica vasta e innovativa. Da vedere, ovviamente.